Translate

sabato 19 luglio 2014

Gaza: abbiamo perso ogni speranza

Mentre i giornali riportano della invasione via terra della Striscia di Gaza da parte dell’esercito israeliano, non pago dei massacri di civili già compiuti via cielo e via mare negli ultimi dieci terribili giorni, ricevo queste parole da Raji Sourani, avvocato e direttore del Palestinian Centre for Human Rights di Gaza (PCHR), nonché vincitore (tra molti altri riconoscimenti internazionali) del prestigioso premio Right Livelihood, anche conosciuto come “alternative Nobel Prize”, nel 2013: 
“La frase più comune che sento quando le persone [di Gaza] iniziano a parlare della possibile tregua è che è meglio per tutti noi morire piuttosto che tornare nella situazione in cui ci trovavamo prima di questa guerra.  Non vogliamo più stare in quella situazione. Dove siamo privati di ogni dignità, di ogni onore; siamo solo dei facili bersagli, e la nostra vita è senza valore. O la nostra situazione migliora davvero o è solo meglio morire. E sto parlando di intellettuali, accademici, gente comune: tutti stanno ripetendo la stessa cosa”.
Simili parole le ha pronunciate il cittadino Palestinese di Gaza nella toccante intervista di Michela Sechi (Radio Popolare) ripresa dal Fatto.
E simili parole le stannno pronunciando tutte le persone che personalmente conosco a Gaza. Non pazzi invasati, non aspiranti martiri, non estremisti della Islamic Jehad. Gente comune: padri, madri, ragazzi, fanciulle, tutti. Uniti nella consapevolezza che a quello che sta accadendo in questi giorni non c’è via di ritorno.
Questa ultima offensiva, questo ennesimo attacco indiscriminato e brutalmente sproporzionato è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso in una Gaza esasperata e sfinita da otto anni di criminale blocco totale.Non è un embargo. L’embargo è una misura che ha delle radici nel diritto internazionale. Embargo è un termine che indica delle sanzioni che possono essere giustificate in diritto internazionale.
Al contrario, quello che Israele ha imposto su Gaza, da otto anni (ossia dalla presa di potere di Hamas) in modo assoluto, ma in realtà con diverse intensità e in modo discontinuo, da oltre 25 anni, non ha niente di legale, niente di legittimo. E’ una punizione collettiva della popolazione civile e come tale è stata  duramente condannata, tra le altre, dalla Croce Rossa Internazionale (organizzazione nota per misurare le sue parole con il contagocce) già nel 2010 e a più riprese negli anni seguenti. Ho già avuto modo di esprimermi più dettagliatamente sul punto.
In questa Gaza in cui ogni speranza è stata uccisa, non si può tornare indietro. Non si può chiedere a 1 milione e ottocentomila persone di continuare ad accettare di non-vivere da vivi. Al di là dei mezzi – lungi da me giustificare la violenza indiscriminata sui civili, da qualsiasi parte provenga – le condizioni poste da Gaza per una tregua sono il minimo esistenziale. Occorre riaprire le porte di quella prigione a cielo aperto, di cui gli Israeliani, con la complicità della comunità internazionale, vorrebbero buttare le chiavi.
E occorre farlo subito, per permettere alla gente di vivere. Di Vivere. Non solo (letteralmente) di sopravvivere. Non c’è altra via. Non c’è alternativa possibile se si vuole stabilire la pace. La dignità del popolo di Gaza sta gridando: vogliamo finalmente ascoltare, prima che sia troppo tardi?

Intervista con Raji Sourani a Gaza –


Raji Sourani è un avvocato per i diritti umani e fondatore del Palestinian Centre for Human Rights, che si occupa di documentare e indagare sulle violazioni dei diritti umani nei Territori occupati. Incarcerato sei volte per il suo lavoro, Sourani è rimasto a Gaza e continua a lavorare nonostante l’assedio. Racconta a Roma Rajpal Weiss che gli abitanti di Gaza hanno completamente perso la speranza.
Gaza 17.7.2014
"Siamo un bersaglio facile: non abbiamo alcun valore"
Com’è la situazione a Gaza al momento?
Raji Sourani: Non dormiamo, né di notte né di giorno. I bombardamenti sono quasi ininterrotti, dappertutto. Non ci sono rifugi; non c’è un posto sicuro a Gaza, solo bombardamenti ovunque. Proprio adesso, siamo nel mezzo di una guerra: qualsiasi cosa può colpire le persone o gli edifici. Gli aeroplani e i droni non abbandonano mai il cielo.
Intere famiglie sono state cancellate e il problema è che la maggior parte delle persone uccise sono civili. I risultati delle nostre indagini sul campo mostrano che più del 77% dei feriti sono civili. I civili sono nell’occhio del ciclone. Stiamo parlando di una delle forze aeree più avanzate dal punto di vista tecnologico al mondo. E stiamo parlando di F16 e droni e di un esercito con una catena di comando. Non si tratta di razzi casuali ma di bombe lanciate per uccidere, non per gioco.
Qual è il sentimento diffuso a Gaza?
Sourani: La popolazione di Gaza è furiosa. Nel 2008-2009, le bombe al fosforo lanciate su Gaza hanno distrutto la città e lasciato una lunga scia di orrori. Poi nel 2012 abbiamo avuto un’altra guerra, e quella attuale è la terza guerra consecutiva nell’arco di cinque anni. È troppo per qualsiasi popolazione. Le persone sono davvero stanche, esauste e nessuno vuole essere una vittima passiva. Sentono di non aver più niente da perdere.
Chi vive in questa situazione vede il mondo che rimane ad osservare e si sente semplicemente una parte dei notiziari. La sensazione più diffusa è avvertire che la tua anima e quella delle persone che ami hanno così poco valore, così come la tua sofferenza e il tuo sangue, perché c’è solo un’anima e un sangue che sono sacri, quelli degli ebrei israeliani. Questo ti fa impazzire. Secondo i notiziari otto israeliani sono rimasti feriti. Questo è il totale delle vittime dal lato israeliano mentre qui è l’inferno.
Da quando si è cominciato a parlare del cessate il fuoco è opinione diffusa tra la popolazione che sia meglio morire piuttosto che tornare alla situazione precedente all’inizio del conflitto. Non vogliamo tornare indietro. Senza dignità né orgoglio, siamo semplicemente bersagli facili senza alcun valore. O questa situazione migliora davvero oppure è meglio morire. Sto parlando di intellettuali, accademici, gente comune: lo pensano tutti.
In che modo l’ultimo incidente, l’assassinio dei ragazzi israeliani, ha scatenato il conflitto?
Sourani: Non penso che l’assassinio dei tre ragazzi israeliani possa giustificare l’assassinio di 11 persone in Cisgiordania da parte di Israele. Si è trattato di un incidente individuale: nessun gruppo palestinese, gruppo politico o Hamas ha rivendicato l’assassinio dei ragazzi. Eppure l’esercito israeliano ha ucciso persone in Cisgiordania, tra cui quattro adolescenti. A Gaza e in Cisgiordania sono state arrestate almeno 1.300 persone, tra cui 28 parlamentari palestinesi. Inoltre il controllo sulle istituzioni e sulle università è stato inasprito. Una volta finito in Cisgiordania, sono arrivati a Gaza, dove 192 persone sono state uccise, di cui il 70% donne e bambini, e centinaia sono rimaste invalide perché hanno perso le mani, i piedi o sono rimasti ciechi.
Israele ha lanciato 1.800 raid aerei in una delle aree più densamente popolate di Gaza. È incredibile il numero di morti e feriti. In tutta Gaza non è rimasto un posto sicuro. È una vergogna che Israele e la comunità internazionale consentano tutto questo. Si tratta di veri e propri crimini di guerra.
Gli abitanti di Gaza hanno completamente perso la speranza?
Sourani: Sono traumatizzati. Sono sotto pressione, con le spalle al muro. Stiamo parlando di persone istruite, che guardano la TV e conoscono il mondo. Hanno lanciato volantini e costretto 20.000 persone ad abbandonare le proprie case. Le persone fuggono con solo i vestiti addosso e tutto quello che possono trasportare a mano, trovano riparo nelle scuole e sono diventati rifugiati nella loro stessa terra. I volantini vengono lanciati a mezzanotte, intimando alle persone di allontanarsi immediatamente. È un problema per chi sceglie di fuggire, perché abbandona tutto: case, terre, allevamenti. Allo stesso tempo, quelli che scelgono di rimanere sono in grave pericolo.
Pensa sia possibile una via d’uscita da questo conflitto in futuro?
Sourani: Sì, è molto semplice: porre fine all’occupazione. È tutto ciò che serve. Parlano di un’occupazione giusta, equa o corretta. Come si può parlare di giustizia se c’è un’occupazione? Perché hanno firmato gli accordi e dopo vent’anni ci sono ancora guerre, omicidi, distruzione, povertà. Non siamo normali, non abbiamo dignità. Ci stanno uccidendo, minacciando, opprimendo. Non possiamo spostarci all’interno di Gaza per vedere i nostri amici e parenti. È una situazione molto pericolosa. Tutta Gaza è sotto coprifuoco, tutto è immobile.
Cosa è necessario fare nell’immediato?
Sourani: I civili sono nell’occhio del ciclone: sono bersagli. Per prima cosa sarebbe necessario proteggerli, ad esempio chiedendo alla comunità internazionale di far rispettare l’articolo 1 della Convenzione di Ginevra, in base al quale è necessario garantire il rispetto dei civili. Dovremmo essere i ‘civili protetti’ di questa occupazione e invece non c’è alcuna protezione. E quindi, essenzialmente, il governo svizzero dovrebbe invitare le parti contraenti a organizzare una conferenza con lo scopo di proteggere il popolo palestinese. Ne abbiamo disperatamente bisogno.
In secondo luogo, la situazione di Gaza era già disastrosa prima di questa guerra. Da otto anni subiamo un assedio criminale, disumano e illegale, una forma di punizione collettiva per due milioni di persone. Non è consentito il movimento di beni o persone. Questa situazione ha completamente soffocato Gaza, l’ha trasformata in un posto infelice e in un’enorme prigione. La disoccupazione è al 65%, il 90% dei nostri abitanti è sotto la soglia di povertà mentre l’85% riceve aiuti umanitari. Ci manca tutto: dall’acqua al trattamento degli scarichi fognari, che vengono gettati in strada.
È il declino della Striscia di Gaza, e non perché siamo pigri, pazzi o cattivi. Abbiamo una delle più alte percentuali di laureati al mondo, manodopera tra le più qualificate del Medio Oriente, una buona comunità di imprese e abbastanza denaro. Non vogliamo altro che la libertà di movimento, la fine dell’assedio e la libertà di circolazione di beni e persone, da e per Gaza. Lo Human Rights Council dovrebbe inviare una missione investigativa nei Territori occupati, a Gaza, per indagare sui crimini di guerra commessi da Israele. Abbiamo bisogno di un comitato che sia in grado di perseguire i sospetti criminali di guerra. In questa parte di mondo abbiamo bisogno di uno stato di diritto.
E tutto quello che vogliamo è la fine di questa occupazione criminale e aggressiva, ma nessuno ne parla. Non voglio l’autodeterminazione, non voglio l’indipendenza, non voglio uno stato palestinese. Voglio essere normale. Non voglio questa occupazione. Vogliamo uno stato di diritto: è chiedere troppo? Ho 60 anni e non ricordo un singolo giorno vissuto normalmente da me, dalla mia famiglia o dalle persone che conosciamo. Ho festeggiato il ventesimo compleanno dei miei figli gemelli il 12 luglio, sotto un bombardamento infernale. Cos’altro rimane da ricordare?
Alcuni amici israeliani chiamano piangendo e ci dicono: siamo paralizzati, non possiamo fare nulla se non pregare per voi.
Cosa le dà la forza di andare avanti in questo momento così difficile?
Sourani: Non ho il diritto di arrendermi. Non possiamo essere vittime passive, continueremo a lottare per la nostra libertà, questo è il nostro diritto e il nostro obbligo. Il mio team si sveglia ogni mattina e trova il modo per venire a lavorare. Dobbiamo continuare a documentare e raccontare quello che succede, siamo qui per proteggere i civili in tempo di guerra.
Nel 2013 Raji Sourani ha ricevuto il premio Right Livelihood per il suo impegno costante alla causa dei diritti umani. Intervista di Roma Rajpal Weiss.© Qantara.de 2014 Editor: Charlotte Collins/Qantara.de
Traduzione in Italiano a cura di ASSOPACEPALESTINA
WWW.ASSOPACEPALESTINA.ORG<http://WWW.ASSOPACEPALESTINA.ORG>
trovate intervista in inglese

giovedì 17 luglio 2014

HAMAS E' UNA CREAZIONE DEL MOSSAD

In un articolo apparso su l’Humanitè, uno storico israeliano conferma i sospetti di un micidiale sodalizio Sharon-Yassin. A spese della povera gente, di due intere nazioni.

Secondo Zeev Sternell, storico all’Università Ebraica di Gerusalemme, “Israele ha ritenuto che fosse opportuno e astuto spingere gli islamici contro l’organizzazione per la liberazione dalla Palestina (OLP)”.
Grazie al Mossad, “l’istituzione israeliana per l’Intelligence e le operazioni speciali”, è stato consentito ad Hamas di rinforzare la sua presenza nei territori occupati. Nel frattempo il movimento di Arafat per la liberazione della Palestina, Fatah, così come la sinistra palestinese sono stati sottoposti alla più brutale forma di repressione e intimidazione.
Non dimentichiamoci che fu Israele che, nei fatti, creò Hamas. Secondo Zeev Sternell, storico all’Università Ebraica di Gerusalemme “Israele ha ritenuto che fosse opportuno…
…. e astuto spingere gli islamici contro l’organizzazione per la liberazione dalla Palestina (OLP)”.
Ahmed Yassin, la guida spirituale del movimento islamista palestinese, di ritorno dal Cairo negli anni settanta, fondò un’associazione islamica caritatevole. Il Primo Ministro israeliano, Golda Meir, vide in ciò un’opportunità di controbilanciare l’ascesa del movimento Fatah, di Arafat. Secondo il settimanale israeliano Koteret Rashit (ottobre 1987), “le associazioni islamiche e le università erano state sostenute e incoraggiate dall’autorità militare israeliana” incaricata dell’amministrazione (civile) di Gaza e della West Bank. “Esse (le associazioni islamiche e le università) erano state autorizzate a ricevere finanziamento in denaro dall’estero”.
Gli Islamisti fondarono orfanotrofi, ospedali, una rete di scuole, posti di lavoro anche per le donne e aiuti finanziari per i poveri. Nel 1978 crearono “l’Università Islamica”, a Gaza. “L’autorità militare era convinta che queste attività avrebbero indebolito sia l’Olp che le organizzazioni di sinistra, a Gaza”. Alla fine del 1992 c’erano 600 moschee a Gaza. Grazie all’agenzia di intelligence israeliana, Mossad, fu dato modo agli Islamisti di rinforzare la loro presenza nei territori occupati. Nel frattempo i membri di Fatah (Movimento per la Liberazione Nazionale della Palestina) e la sinistra palestinese era oggetto della più brutale forma di repressione.
Nel 1984 Ahmed Yassin venne arrestato e condannato a 12 anni di prigione, dopo la scoperta di un nascondiglio di armi. Ma un anno dopo fu liberato e riprese le sue attività. E quando l’Intifada cominciò, nell’ottobre 1987, prendendo gli Islamisti di sorpresa, lo Sceicco Yassin rispose creando Hamas (il Movimento di Resistenza Islamico): “Dio è il nostro inizio, il profeta il nostro modello, il Corano la nostra costituzione”, proclama l’articolo 7 del documento base dell’organizzazione.
E ancora, Ahmed Yassin era in prigione quando gli accordi di Oslo (dichiarazione dei principi per un Auto-Governo ad interim) furono firmati nel settembre 1993. Hamas aveva del tutto rifiutato quegli accordi. Ma a quel tempo il 70% dei palestinesi condannavano gli attacchi contro i civili israeliani. Yassin fece tutto quanto era in suo potere per minare gli accordi di Oslo. E in questo, anche prima della morte del primo ministro Rabin, aveva il sostegno del governo israeliano. Quest’ultimo era infatti molto riluttante rispetto al rettificare un accordo di pace.
Hamas lanciò dunque una ben pianificata e perfettamente cronometrata campagna di attacchi contro civili: un giorno prima della riunione tra i negoziatori palestinesi e israeliani allo scopo del riconoscimento, da parte di Israele, dell’Autorità Nazionale Palestinese. Questi eventi erano in gran parte strumentali alla formazione di un’estrema destra di governo, in Israele, dopo le elezioni del maggio 1996.
A quel punto, inaspettatamente, il Primo Ministro Netanyahu ordinò il rilascio dello Sceicco Ahmed Yassin dalla prigione (per motivi umanitari), dove stava scontando un ergastolo. Intanto Netanyahu, insieme al Presidente Bill Clinton, facevano pressioni su Arafat affinchè controllasse Hamas. In effetti Netanyahu sapeva che gli Islamisti avrebbero potuto, ancora una volta, sabotare gli accordi di Oslo. Quindi fece ancora di peggio: dopo aver espulso Yassin in Giordania gli permise di tornare a Gasa, dove venne ricevuto in trionfo, da eroe, nell’ottobre 1997.
Arafat rimase solo a fronteggiare questi eventi. Inoltre, a causa del supporto che aveva manifestato nei confronti di Saddam Hussein durante la Guerra del Golfo del 1991 (mentre Hamas si asteneva cautamente dal prendere posizione), gli stati del Golfo decisero di tagliare ogni finanziamento all’Autorità Palestinese. Tra il febbraio e l’aprile del 1998, lo Sceicco Ahmad Yassin era, invece, in grado di ottenere molte centinaia di milioni di dollari da quegli stessi paesi. Il budget di Hamas diventava così superiore rispetto a quello dell’Autorità Palestinese. Queste nuove fonti di finanziamenti permisero agli Islamisti di svolgere efficacemente le varie attività caritatevoli. Si stima che un palestinese su tre riceva aiuti economici da Hamas. Riguardo a ciò Israele non ha mai fatto nulla, nessun azione per porre freno all’afflusso di soldi ad Hamas, nei territori occupati.
Hamas aveva costruito la sua forza tramite i vari atti di sabotaggio al processo di pace, in modo perfettamente compatibile con gli interessi del governo israeliano. In cambio, quest’ultimo otteneva di impedire anche l’applicazione di quanto stabilito a Oslo. In altre parole, Hamas stava svolgendo le funzioni per le quali era stato originariamente creato: prevenire la creazione di uno Stato Palestinese. E a questo proposito Hamas e Ariel Sharon sono esattamente sintonizzati sulla stessa lunghezza d’onda.
Traduzione a cura di Nuovi Mondi Media

martedì 15 luglio 2014

IL PUNTO DELLA SITUAZIONE

GAZA.Leoriginidell’attaccoPrimaparte

Mentre l’esercito israeliano metteva a ferro e a fuoco la Cisgiordania e grida di vendetta divampavano da Gerusalemme alle colonie, il governo Netanyahu sapeva che i tre adolescenti erano morti. Tra censura, menzogne e manipolazione, la ricostruzione dell’ultimo mese di violenza in Palestina
Soldati israeliani in un villaggio palestinese (Fonte Infopal)
Soldati israeliani in un villaggio palestinese (Fonte Infopal)

di Max Blumenthal – Electronic Intifada
Roma, 12 luglio 2014, Nena News - Dal momento in cui il mese scorso i tre ragazzi israeliani sono stati dichiarati dispersi, il primo ministro Benjamin Netanyahu e l’apparato militare e di intelligence [Shin Bet, ndt] del paese hanno impedito il flusso di informazioni al pubblico. Attraverso una miscela tossica di propaganda, sotterfugi e incitamento, hanno infiammato una situazione precaria, manipolando gli israeliani nel sostenere la loro agenda fino a quando hanno reso un incubo assolutamente evitabile inevitabile.
Polizia israeliana, funzionari dell’intelligence e Netanyahu sapevano, a poche ore dal rapimento, che i tre ragazzi erano stati uccisi. E sapevano chi fossero i primi sospetti meno di un giorno dopo la segnalazione del sequestro.
Invece di rivelare questi dettagli al pubblico, lo Shin Bet ha imposto un ordine di censura sui media nazionali, proibendo ai giornali di riferire che i ragazzi erano quasi certamente stati uccisi, e vietando loro di rivelare l’identità dei loro sospetti assassini. Lo Shin Bet ha anche mentito ai genitori dei ragazzi rapiti,  facendo loro credere che i loro figli fossero vivi.
Invece di ordinare un intervento limitato per catturare i presunti responsabili e recuperare i corpi dei ragazzi, Netanyahu ha organizzato una campagna internazionale di pubbliche relazioni aggressiva, chiedendo simpatia e indignazione da parte dei leader mondiali: questi ultimi hanno avuto l’impressione che i ragazzi scomparsi fossero ancora vivi.
Nel frattempo, le forze armate israeliane  imperversavano in tutta la Cisgiordania occupata e bombardavano la Striscia di Gaza in una campagna di punizione collettiva ingannevolmente confezionata per gli israeliani e per il mondo come una missione di salvataggio.
I dettagli critici che erano a conoscenza di Netanyahu e dell’apparato militare e di intelligence, sono stati rivelati al pubblico israeliano solo dopo il rapimento di oltre 560 palestinesi, di cui almeno 200 ancora detenuti senza accuse; dopo il raid delle università palestinesi e il saccheggio di innumerevoli abitazioni; dopo l’uccisione di sei civili palestinesi da parte delle forze israeliane; dopo che la polizia dell’Autorità palestinese addestrata dagli americani aveva assistito i soldati israeliani nell’attacco ai giovani palestinesi nel centro di Ramallah; dopo il presunto furto da parte delle truppe israeliane di $ 3 milioni di dollari; e dopo che la stravaganza delle relazioni pubbliche internazionali di Israele aveva fatto il suo corso.
L’assalto in Cisgiordania è arrivato sulla scia del crollo dei negoziati guidati dagli Stati Uniti – per i quali questi ultimi hanno incolpato Netanyahu – e subito dopo la ratifica dell’accordo di unità di Hamas con l’Autorità Palestinese controllata da Fatah. Netanyahu stava ancora soffrendo per il riconoscimento da parte degli Stati Uniti del governo palestinese di unità nazionale quando è stato raggiunto dalla notizia del rapimento dei tre ragazzi. Visto che non bisogna mai perdere l’occasione di danneggiare i palestinesi, lui e la sua cerchia ristretta hanno pensato bene di attingere al sequestro per un valore massimo di propaganda.
Settimane dopo l’incidente, è ormai chiaro che il governo israeliano, i servizi segreti e l’esercito  si siano dotati di una copertura per fornire a loro stessi spazio politico per una campagna militare che aveva poco a che fare con il salvataggio di eventuali adolescenti rapiti.
La campagna di disinformazione che essi hanno intrapreso ha scagliato una popolazione pesantemente indottrinata – e comprensibilmente militarizzata –  in una frenesia tribalistica, provocando un’ondata di incitamento ad alto livello, culminata con la scioccante uccisione per vendetta di un adolescente palestinese innocente e disordini in tutta Gerusalemme est.
Non è dato sapere quando finirà il caos e quanto lontano si diffonderà. Ma le sue origini sono sempre più chiare.
IMBAVAGLIARE LA STAMPA, MENTIRE AI GENITORI DEI RAGAZZI
Il 12 giugno, tre giovani israeliani ebrei, Naftali Frenkel, Gilad Shaar e Eyal Yifrach,  scompaiono mentre fanno l’autostop da Kfar Etzion, un insediamento illegale nella Cisgiordania occupata. Alle 22.25 Shaar fa’ una chiamata in preda al panico alla polizia israeliana.
Durante la chiamata inquietante della durata di due minuti e nove secondi, si possono sentire i presunti rapitori mentre ordinano ai giovani a tenere la testa abbassata. In sottofondo, mentre Shaar chiede aiuto, si sente Radio Israele. Poi si sentono diversi colpi di pistola seguiti da un canto celebrativo, mentre i rapitori  dicono: “Abbiamo i tre.” I ragazzi sono stati uccisi.
Ci è voluto fino alla mattina successiva perché la polizia collegasse la chiamata effettuata alla denuncia presentata dai genitori dei giovani. In un incontro con i funzionari dello Shin Bet, quel giorno, i genitori dei ragazzi hanno ascoltato la registrazione della telefonata.
Bat Galim Shaar, la madre di Gilad Shaar, ha chiesto che gli investigatori le spiegassero il perché degli spari in sottofondo, e se questo significasse che suo figlio era morto.
- See more at: http://nena-news.it/gaza-le-origini-dellattacco-prima-parte/#sthash.9eKlHaOP.dpuf
Secondo Bat Galim Shaar, la polizia ha detto che i proiettili erano “a salve”. Quando l’auto utilizzata dai presunti rapitori è stato scoperta bruciata al lato di una strada, lo Shin Bet le ha detto che nessuna traccia di DNA era stata trovata. Eppure, proiettili e sangue erano presenti in tutto l’interno della vettura. Lo Shin Bet aveva mentito ai genitori dei ragazzi scomparsi, al fine di alimentare false speranze che i loro figli fossero ancora vivi.
“Quando [lo Shin Bet] alle 6 di venerdì mi ha detto che l’esercito era al lavoro sul posto – ha detto Bat Galim Shaar alla televisione israeliana Channel 10 – mi sono sentita meglio meglio, come se fossimo in buone mani. Sono stata ingenua, ho detto a tutti che Gilad sarebbe tornato a casa prima dello Shabbat. ”
Dopo aver ingannato i genitori delle vittime, l’apparato militare e di intelligence israeliano si è mosso per nascondere la verità al pubblico, imponendo una censura che proibiva ai media del paese di riferire il suono degli spari nella chiamata registrata dalla polizia.
Secondo il testo dell’ordine di censura, che è stato pubblicato in inglese dal portale Mondoweiss, i militari avevano proibito ai giornalisti israeliani di pubblicare “tutti i dettagli dell’indagine” e “tutti i dati che potrebbero identificarne i sospetti”.
Non solo tutti i soggetti coinvolti nell’inchiesta – Netanyahu, lo Shin Bet, i militari – sapevano da subito che i tre ragazzi scomparsi erano quasi certamente morti, ma avevano anche individuato i due uomini che credevano fossero responsabili del crimine poco più di un giorno dopo che si era verificato.
Per legittimare gli obiettivi più ampi dei militari, anche questa informazione è stata nascosta.
NASCONDERE I SOSPETTI
Il 17 giugno il sito di notizie in lingua araba Rai Al Youm ha riferito che la polizia israeliana e gli agenti dello Shin Bet avevano fatto irruzione nelle case di Marwan Qawasmeh e Amer Abu Eishe, i principali sospettati, a sud della città di Hebron. In quanto portale palestinese di stampa con sede a Londra, Rai Al Youm non è stato oggetto dell’ordine di censura dei militari israeliani ed era quindi libero di pubblicare i nomi dei due sospetti rapitori.
Citando un report del portale israeliano Walla! che era stato ripulito dall’ordine di censura o altrimenti reso inaccessibile, Rai Al Youm ha sintetizzato il racconto dal padre di Abu Eishe come segue: “Sabato all’alba [due giorni dopo la segnalazione del presunto sequestro], le forze speciali dell’esercito israeliano hanno fatto irruzione nella casa e interrogato i figli della famiglia cercando di trovare tutte le informazioni che li avrebbero aiutati  a capire dove si trovassero, ma non hanno avuto successo”.
Il padre di Abu Eishe ha aggiunto che lo Shin Bet aveva arrestato anche la moglie di suo figlio per interrogarla. Uno zio di Qawasmeh ha dichiarato che quattro dei fratelli di suo nipote e sua moglie erano stati arrestati il giorno dopo il presunto rapimento e interrogati.
Rai Al Youm ha aggiunto: “Molti dei corrispondenti militari dei media israeliani hanno riferito venerdì scorso una dichiarazione attribuita a un funzionario della sicurezza palestinese, in cui ha detto che l’Autorità Palestinese è sulle tracce di due persone di Hamas scomparse giovedì scorso [il giorno del sequestro] e che le forze di sicurezza dell’Anp hanno fornito le informazioni che dovevano a Israele. E ora è chiaro che questa storia era vera e che Israele li sta cercando e li ha accusati di essere dietro il rapimento.”
Allison Deger, corrispondente di Mondoweiss, ha visitato la casa di Qawasmeh e ha confermato che l’esercito e lo Shin Bet aveva portato via alcuni membri maschili della famiglia per un interrogatorio il 14 giugno.
In una normale indagine penale di alto profilo, i nomi dei sospetti fuggitivi sono ampiamente pubblicizzati. Gli investigatori affiggono poster dei criminali ricercati in spazi pubblici mentre i funzionari di polizia organizzano conferenze stampa in cerca di aiuto da parte del pubblico. In questo caso, tuttavia, i servizi di intelligence di Israele hanno scelto di mantenere le identità dei loro sospetti in un segreto gelosamente custodito per due settimane.
Mentre Netanyahu e i suoi principali deputati accusavano tutti i membri di Hamas per il rapimento, l’ordine di censura dello Shin Bet aveva soppresso tutte le informazioni relative alle identità dei sospetti fino al 26 giugno. Per quel che ne sapeva il pubblico israeliano, i rapitori avrebbero potuto essere ovunque in Cisgiordania, in qualsiasi scuola o casa o caffè o pollaio dove chiunque lontanamente affiliato a Hamas avrebbe potuto riunirsi.
Dopo aver manipolato una popolazione particolarmente suggestionabile attraverso l’attenta gestione delle informazioni, i militari avevano ottenuto tutta la latitudine politica di cui avevano bisogno per scatenarsi nelle città lontane dal luogo del delitto.
Durante un raid dell’università di Bir Zeit vicino a Ramallah, le truppe israeliane hanno sequestrato centinaia di bandiere di Hamas e le hanno portate via in camion, come se avessero ottenuto preziose testimonianze. Quando l’esercito ha bombardato la Striscia di Gaza, l’unica giustificazione di cui aveva bisogno era che il territorio costiero assediato era governato da Hamas.
Un sondaggio pubblicato il 2 luglio ha rivelato che il 76 per cento degli ebrei israeliani ha approvato le azioni dell’esercito e ha espresso un sostegno schiacciante per lo Shin Bet.
In breve tempo, l’ordine di censura aveva prodotto il risultato sperato. Nena News 
-------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
LE ORIGINI DELL'ATTACCO:
Roma, 14 luglio 2014, Nena News – Alle 6 del mattino del 30 giugno i corpi di Frenkel, Shaar e Yifrach vengono trovati presso Halhoul, all’ingresso nord di Hebron, nella Cisgiordania occupata. Giacciono in una fossa poco profonda sulla terra di proprietà di Marwan Qawasmeh, uno dei due uomini sospettati del loro rapimento e dell’uccisione.
I corpi non vengono scoperti dallo Shin Bet, ma da una squadra di volontari del Campo Scuola di Kfar Etzion che aveva guidato i soldati alla posizione. Da parte sua, l’esercito era stato troppo occupato a invadere case palestinesi in settori lontani come Nablus per setacciare a fondo la proprietà di un sospetto a meno di 10 chilometri dal luogo del rapimento.
Ore dopo la scoperta, le forze israeliane hanno azionato cariche esplosive all’interno delle case delle famiglie Qawasmeh e Abu Eishe. La distruzione ha seguito l’annuncio fatto dall’esercito di ripresa della sua politica di demolizioni punitive contro le famiglie di palestinesi accusati di terrorismo.
Quel pomeriggio, Netanyahu ha dato il la per la risposta nazionale, pubblicando sul suo account personale di Twitter alcune osservazioni che aveva appena fatto in una riunione di gabinetto:
neta1
neta2

neta3

neta4

neta5
I commenti di Netanyahu hanno lasciato perplessi gli estranei, ma per quelli incorporati all’interno dei confini stretti della vita ebraica israeliana, avevano un suono familiare.
Da Chisinau a Gerusalemme
La dichiarazione di Netanyahu allude alla strofa finale di una poesia dello scrittore ebraico Chaim Bialik dal titolo “Sul massacro”:
Maledetto colui che dice: “Vendicami” 
Una vendetta come questa, la vendetta per il sangue di un bambino, 
Satana stesso non l’ha messa a punto-
Lasciate che il sangue penetri l’abisso! 
Lasciate che il sangue penetri le profondità delle tenebre, 
Lasciate che divori le tenebre e danneggi
Tutte le fondamenta marce della terra.
 Nel versetto di Bialik, un lamento bruciante ancorato nel linguaggio biblico, il poeta ha drammatizzato un brutale pogrom del 1903 incitato dallo zar russo che ha lasciato decine di ebrei morti nella città di Chisinau.
Bialik ha proseguito il suo primo racconto di Chisinau con “La città del massacro”, un lavoro incendiario che rimproverava le vittime del pogrom per la loro presunta passività di fronte ai saccheggiatori armati (I racconti della resistenza feroce da parte dei locali sono stati convenientemente trascurati.). La poesia ha contribuito a radicalizzare migliaia di giovani ebrei in tutta l’Europa orientale, ispirando la formazione di comitati di autodifesa e facendo guadagnare ondate di aderenti alla filosofia militante del sionismo. Tra quelli più influenzati da Bialik c’era Vladimir Jabotinsky, un attivista della destra sionista che in seguito sarebbe diventato il benefattore politico del padre di Netanyahu, Benzion.
Nella sua grezza appropriazione dei versi di Bialik, Benjamin Netanyahu ha scritturato il militante palestinese al posto del pogromist russo, tracciando una linea senza soluzione di continuità tra l’incubo ebraico pre-guerra, l’Europa e l’esperienza israeliana odierna. Nella visione di Netanyahu, gli “animali umani” della Palestina hanno ereditato lo spirito genocida delle manifestazioni dello zar e potrebbero ripetere i loro crimini a meno che gli ebrei non siano pronti a combattere.
Naturalmente, gli ebrei israeliani sono l’esatto opposto degli abitanti degli shtetl di fine secolo circondati da pogrom e pulizia etnica. A differenza dei superati perseguitati dell’Europa orientale, gli ebrei israeliani dispongono di una nuclearizzata, alta potenza militare che tiranneggia su un’emarginata, in gran parte indifesa popolazione palestinese con il pieno sostegno delle superpotenze del mondo.
Da parte sua, Netanyahu ha più cose in comune con lo zar russo che incitava contro le minoranze religiose per deviare l’attenzione dai suoi problemi politici che con Bialik, lo scribacchino itinerante che ha incanalato il dolore dei membri più deboli della sua società.
Lo sfruttamento della persecuzione storica ebraica è stata una caratteristica costante della retorica di Netanyahu, in mostra audace durante un discorso televisivo a livello nazionale lo scorso ottobre, quando senza alcun fondamento ha accusato il movimento nazionale palestinese di  aver avuto un ruolo diretto nella Shoah.
Questa volta, in mezzo a un ambiente pericolosamente sotto pressione, la demagogia ha contribuito a mettere in moto un’ondata di violenza stile vigilantes che ha minacciato di inghiottire l’intera società israeliana. Poi Netanyahu è sgattaiolato via dalla vista del pubblico, mantenendo un silenzio cospicuo per diversi giorni mentre gli elementi estremisti che aveva incoraggiato stavano prendendo il controllo delle strade.
“Omicidi, sommosse, incitamento, vigilantismo “
Mentre folle di giovani ebrei si allargavano a ventaglio nel centro di Gerusalemme a cantare “Morte agli arabi” e a cercare i palestinesi per aggredirli, i soldati israeliani in servizio attivo usavano Facebook per chiedere vendetta, pubblicando foto di se stessi con le armi che bramavano di usare.
Grazie a un sondaggio dell’opinione pubblica israeliana effettuato dopo il funerale dei tre ragazzi israeliani che mostrava il partito di estrema destra Casa ebraica guadagnare terreno sulla destra del Likud, parvenu politici israeliani si sono precipitati a pubblicare bandi per la vendetta di sangue e l’”annientamento” di Hamas. Ayelet Shaked, un astro nascente del partito di destra Casa ebraica, ha pubblicato un invito al genocidio dei palestinesi su Facebook che ha guadagnato migliaia di “like” di israeliani.
Il rabbino Noam Perel, segretario generale del Bnei Akiva, il più grande movimento giovanile sionista religioso del mondo, ha alzato la posta sul fanatismo quando ha chiesto la trasformazione dell’esercito israeliano in un esercito di vendicatori “che non si fermerà a 300 prepuzi di Filistei”.  L’appello di Akiva alludeva al primo libro di Samuele, in cui il personaggio biblico Davide uccide duecento Filistei e riporta il prepuzio come prova della sua missione compiuta.
Sullo sfondo della febbre all’incitamento, una piccola automobile entrava nelle vie secondarie di Shuafat, un quartiere palestinese di Gerusalemme Est, il 2 luglio. Dietro le finestre oscurate c’erano giovani arrabbiati a caccia di ragazzi arabi.
A seguito del rapimento fallito di un bambino di dieci anni nello stesso quartiere il giorno prima, un gruppo di uomini ha afferrato un 16enne di nome Muhammad Abu Khudair, lo ha gettato nella propria auto ed è corso via. Abu Khudair è stato trovato morto la mattina dopo nei boschi di Givat Shaul appena a ovest di Gerusalemme, con ustioni sul 90 per cento del suo corpo.
Come fatto dopo il rapimento dei tre ragazzi israeliani, lo Shin Bet ha imposto un ordine di censura sulle indagini, apparentemente nella speranza di ritardare la notizia che Abu Khudair fosse stato vittima dell’estremismo ebraico. E come prima, la polizia ha inondato i media israeliani con la disinformazione, questa volta insinuando che l’adolescente assassinato era stato ucciso da membri della sua famiglia perché gay.
Electronic Intifada ha ottenuto le immagini a circuito chiuso che mostrano i volti dei presunti assassini di Abu Khudair proprio mentre lo rapivano. Il video è stato tenuto nascosto per diversi giorni al pubblico israeliano nel quadro di un nuovo ordine di censura dello Shin Bet. Quando la polizia ha finalmente arrestato i sospetti assassini di Abu Khudair, essa ha curiosamente messo in scena una conferenza stampa simultanea su un omicidio non correlato di una giovane donna ebrea, suggerendo senza alcuna prova evidente che era stata vittima di un terrorista palestinese.
Il 4 luglio l’autopsia ha rivelato che gli assassini di Abu Khudair lo avevano bruciato vivo. Le proteste e i disordini si sono diffusi da Shuafat a tutta Gerusalemme Est e nelle zone del nord di Israele. Nel frattempo, i nazionalisti ebrei manifestavano su Facebook per organizzare più linciaggi.
Netanyahu era emerso brevemente il giorno prima per una cerimonia di commemorazione dell’Independence Day presso il consolato degli Stati Uniti a Gerusalemme. Con l’ambasciatore americano in Israele Dan Shapiro seduto al suo fianco, il primo ministro è stato costretto a confrontarsi con l’abbuffata di razzismo che ha contribuito a ispirare.
Parlando in inglese a uso e consumo dei suoi ospiti americani, Netanyahu aveva dichiarato che “Omicidi, sommosse, istigazione e vigilantismo non trovano posto nella nostra democrazia. E sono questi valori democratici che ci differenziano dai nostri vicini e ci uniscono agli gli Stati Uniti”.
Fuori, il caos non mostrava alcun segno di allentamento. Nena News



domenica 13 luglio 2014

GAZA - IL PUNTO DELLA SITUAZIONE.

In seguito al rapimento e all’uccisione di tre ragazzi israeliani nei Territori occupati, Israele ha arrestato in maniera indiscriminata circa cinquecento palestinesi, tra cui alcuni parlamentari e decine di ex detenuti già scarcerati che non avevano alcun legame con il sequestro. L’esercito israeliano ha seminato il terrore in tutta la Cisgiordania con retate e arresti di massa allo scopo dichiarato di “schiacciare Hamas”.
Su internet ha imperversato una campagna razzista in seguito alla quale un adolescente palestinese è stato bruciato vivo. Tutto questo dopo che Israele aveva intrapreso un’offensiva contro il tentativo di creare un governo di unità palestinese che il mondo era pronto a riconoscere, aveva violato l’impegno a scarcerare dei detenuti, aveva congelato la via diplomatica e aveva rifiutato di proporre un piano alternativo per continuare il dialogo.
Pensavamo davvero che i palestinesi avrebbero accettato tutto questo in modo remissivo, obbediente e calmo, e che nelle città israeliane avrebbero continuato a regnare la pace e la tranquillità?
Cosa credevamo, noi israeliani? Che Gaza sarebbe vissuta per sempre all’ombra dell’arbitrio di Israele (e dell’Egitto), alternando momenti di lieve allentamento delle restrizioni imposte ai suoi abitanti a momenti di penoso inasprimento? Che il carcere più vasto del mondo sarebbe continuato a essere un carcere? Che centinaia di migliaia di residenti a Gaza sarebbero rimasti tagliati fuori per sempre? Che sarebbero state bloccate le esportazioni e decretate limitazioni alla pesca? Ma di cosa deve vivere un milione e mezzo di persone? Qualcuno sa spiegare perché prosegue il blocco, benché parziale, di Gaza? Qualcuno sa spiegare perché del suo futuro non si discute mai? Credevamo davvero che tutto sarebbe andato avanti come prima e che Gaza l’avrebbe accettato passivamente? Chiunque lo abbia creduto è stato vittima di un pericoloso delirio, e adesso il prezzo lo stiamo pagando tutti.
Però, per favore, non mostratevi stupiti. Non ricominciate a gridare che i palestinesi fanno piovere missili sulle città israeliane senza motivo: certi lussi non sono più ammissibili. Il terrore che provano adesso i cittadini israeliani non è più grande del terrore che hanno provato le centinaia di migliaia di palestinesi vissuti per settimane nell’attesa che nel bel mezzo della notte i soldati gli sfondassero le porte e gli invadessero le case per perquisire, smantellare, distruggere, umiliare e poi magari portarsi via un membro della famiglia.
La paura che stiamo vivendo noi israeliani non è più grande di quella vissuta dai bambini e dagli adolescenti palestinesi, alcuni dei quali sono stati uccisi inutilmente in queste ultime settimane dall’esercito d’Israele. La trepidazione che provano gli israeliani è sicuramente minore di quella che provano gli abitanti di Gaza, che non hanno allarmi rossi né rifugi né un sistema antimissile come Iron dome che li salvi, ma soltanto centinaia di terrificanti incursioni dell’aviazione militare israeliana che si concludono con la devastazione e la morte di innocenti, compresi anziani, donne e bambini: ne sono già stati uccisi durante l’operazione in corso, come durante tutte quelle che l’hanno preceduta.
Quest’operazione ha già un nome puerile, Protective edge, Margine di protezione. Ma l’operazione Protective edge è cominciata e si concluderà come tutte le precedenti, cioè senza assicurarci né la protezione né il margine. I mezzi d’informazione e l’opinione pubblica israeliani esigono il sangue dei palestinesi e la loro distruzione, e il centrosinistra è d’accordo, naturalmente, così come è sempre d’accordo all’inizio. Il seguito, però, è già scritto da un pezzo nelle cronache di tutte le operazioni insensate e sanguinarie condotte a Gaza in ogni epoca. Stupisce, semmai, che da un’operazione militare all’altra sembra che nessuno impari niente. L’unica cosa che cambia sono le armi impiegate.
È vero che inizialmente il primo ministro Benjamin Netanyahu ha reagito con moderazione, e per questo è stato debitamente elogiato, ma certo neanche lui poteva starsene fermo davanti ai missili sparati da Gaza. Comunque tutti sanno che Netanyahu non aveva alcun interesse a questo scontro.
Ma le cose stanno proprio così? Se davvero lo scontro non gli interessava, avrebbe dovuto perseguire seriamente delle trattative diplomatiche. Invece non l’ha fatto, quindi è chiaro che in realtà gli interessava eccome. Il suo quotidiano, Israel Hayom (“Israele oggi”), è uscito con titoli strillati: “Vai fino in fondo”. Ma Israele non raggiungerà mai il pazzesco “fondo” auspicato da Israel Hayom, e comunque non certo con la forza.
“Non c’è modo di sfuggire al castigo per ciò che sta succedendo qui da quasi cinquant’anni”, ha dichiarato lo scrittore David Grossman in occasione della Conferenza israeliana sulla pace, che si è aperta a Tel Aviv l’8 luglio. Queste parole sono state pronunciate solo poche ore prima che l’ultimo castigo nella lunga catena di delitti e castighi si abbattesse sui civili israeliani, così innocenti e senza colpa.
(Traduzione di Marina Astrologo)

NOI DICIAMO : BASTAAAAAAAAA!

                                                   OGGI, 13 LUGLIO 2014
Migliaia di palestinesi hanno abbandonato le loro case in auto, a piedi, o con altri mezzi, a causa della minaccia del regime israeliano di un massiccio bombardamento imminente contro la regione. 
Una fuga disperata per chissà dove, famiglie che lasciano le proprie cose, le proprie case, per colpa di squilibrati assassini (I SIONISTI) che continuano ad asserire che vogliono combattere il terrorismo, ma la verità è che sono LORO (I SIONISTI) i veri terroristi! La cosa peggiore è che hanno la benedizione di molti paesi e molti politici... SCHIFO!

P.S: Dall'8 luglio, il regime di Tel Aviv ha iniziato ad attaccare intensivamente la Striscia di Gaza e ha effettuato più di 1300 attacchi missilistici, 165 palestinesi sono stati uccisi e oltre 1.000 il numero dei feriti, la maggior parte delle vittime sono civili (COME SEMPRE)

-Nefer-

GERUSALEMME - Forze di terra israeliane sono penetrate nellazona nord della striscia di Gaza. Obiettivo, alcuni sistemi di lancio di missili di Hamas. L'operazione, la prima con un ampio dispiegamento di militari israeliani oltre la linea di confine con l'area palestinese,
è durata circa due ore e sono stati "neutralizzati con successo lanciatori di razzi a lunga distanza", ha detto una fonte militare, riportata dai media israeliani.
Popolazione in allerta. L'esercito israeliano ha lanciato volantini sulla zona di Beit Lahia, nel nord della Striscia di Gaza, con l'avviso agli abitanti di abbandonare prima di mezzogiorno le case: "Chiunque trascuri le istruzioni dell'esercito metterà la vita di se stesso e della sua famiglia a rischio. Attenzione. L'operazione dell'esercito - è scritto - sarà breve". Secondo la circolare, scritta in arabo, l'esercito "ha intenzione di attaccare le infrastrutture terroriste ad est di Al Aatara e della strada As Sultyan, e ad ovest e nord del campo profughi di Jabalia". Il volantino dà istruzioni anche sulla strada da seguire per cercare rifugio: "A sud di Jabalia attraverso (la strada) Shara al-Faluja".
Fuga di massa. Dopo le minacce israeliane di iniziare presto bombardamenti a tappeto, tre località situate all'estremità Nord della Striscia - Beit Lahya, a-Atatra e Salatin - si sono trasformate stamane in 'agglomerati fantasma'. Fonti locali riferiscono che migliaia di abitanti (alcune stime arrivano fino a 20 mila) hanno abbandonato a precipizio la scorsa notte le loro abitazioni e si sono rifugiati in istituti scolastici dell'Unrwa (l'agenzia Onu per i profughi) nella speranza che questi non saranno colpiti da Israele. Queste persone sono arrivate senza alcun bagaglio. Molte non hanno potuto nemmeno consumare, la scorsa notte, il pasto rituale del Ramadan e di conseguenza sono ancora a digiuno. In tutti regna l'apprensione per il fatto che al termine del conflitto resteranno senza tetto. Israele ha spiegato la necessità di evacuare quei rioni perché da là, si afferma, vengono sparati i razzi di Hamas a lunga gittata capaci di colpire non solo Tel Aviv e Gerusalemme ma anche - almeno in teoria - Haifa.
Feriti 4 militari israeliani. Ci sono stati scontri a fuoco con militanti di Hamas e quattro soldati israeliani sono rimasti leggermente feriti. Tutte le truppe scelte sono poi rientrate all'interno dei confini di Israele.

Tensione altissima. Secondo fonti militari, l'operazione di oggi sarebbe stata condotta solo da forze speciali della Marina e, al momento, non sarebbero previste, per le prossime ore, nuove incursioni. "L'opzione di un'invasione della Striscia di Gaza, comunque, resta" ha riferito un portavoce dell'esercito israeliano. Probabilmente si attende il pieno dispiegamento dei 20 mila riservisti richiamati e - anche se il governo di Gerusalemme continua a ribadire che non si farà influenzare da pressioni estere - l'esito di contatti che sono in corso tra Egitto, Giordania, Qatar, Europa e Stati Uniti per arrivare ad una proposta di cessate il fuoco che possa trovare l'accordo di Israele e di Hamas

Post più popolari