Translate

giovedì 9 aprile 2015

LO YEMEN E L'OCCIDENTE


Noor Arabia, cyber-attivista e blogger yemenita. dice : "Non devono esserci interventi stranieri per risolvere la crisi del mio paese. Noi, e solo noi, abbiamo il diritto e la libertà di scegliere i nostri leader" Noon Arabia è una cyber-attivista yemenita. È co-fondatrice del blog collettivo Support Yemen e collaboratrice di Global Voices (qui il suo profilo personale). È molto attiva sul suo account di Twitter e cura il blog Notes by Noon. Osservatorio Iraq ci ha parlato per cercare di capire cosa sta accadendo in queste ore in Yemen, scosso ancora una volta da disordini e caos.
Cosa sta accadendo in Yemen? Lo scorso 26 marzo è iniziato l’intervento di una coalizione militare araba contro gli Houthi (gruppo di ribelli prevalentemente di religione zaydita, il cui nome omaggia il leader dell’insurrezione del 2004 Husayn Badreddin al-Houthi, ndr). Bersaglio dei bombardamenti della coalizione (formata dai 6 paesi del Golfo, Giordania, Egitto e Marocco e guidata dall’Arabia Saudita, ndr) sono le basi militari e i depositi di armi dei ribelli, nello Yemen del Nord. In meno di dieci giorni, gli attacchi hanno causato centinaia di vittime civili poichè la maggior parte degli obiettivi dei bombardamenti si trova all’interno di aree residenziali. Al momento, le milizie di Houthi e di Ali Abdallah Saleh (ex presidente yemenita ora alleato dei ribelli, ndr) stanno marciando però verso sud e sono protagoniste di scontri a fuoco con le forze popolari leali ad Hadi (presidente yemenita ufficialmente riconosciuto dalla comunità internazionale ma di fatto non più al potere da gennaio 2012, ndr). È opinione comune che quella in corso in Yemen sia una “guerra per procura” tra Arabia Saudita e Iran. Sei d’accordo con questa lettura del conflitto? La guerra è stata voluta dai sauditi per far arrivare all’Iran il messaggio che sono loro i titolari del potere della zona. L’Iran non è direttamente coinvolto, ma molti ritengono che gli Houthi siano supportati economicamente e politicamente da Teheran. Se non è possibile al momento provare una cosa simile, quello che si può affermare senza dubbio è che non sia in atto una guerra civile o settaria, ma uno scontro regionale per il controllo politico dello Yemen. Obiettivo principale dei nostri vicini sauditi è proteggere lo stretto di Bab el-Mandeb dal controllo degli Houthi e di Saleh. La posizione dello stretto è strategica, poichè ogni giorno circa 4 milioni di barili di petrolio sono traghettati verso l’Occidente ed una sua chiusura provocherebbe la deviazione delle navi da petrolio intorno al Sudafrica, l’allungamento del relativo viaggio a 40 giorni ed un notevole aumento del prezzo dei barili. La posizione dello stretto spiega anche l’interessamento dell’Egitto: la chiusura di Bab el-Mandeb renderebbe di fatto inutilizzabile il Canale di Suez. Credi che la comunità internazionale abbia delle responsabilità per la (nuova) crisi yemenita? Sì, ha una responsabilità diretta. Nel 2011 le Nazioni Unite e gli Stati Uniti hanno infatti appoggiato il piano del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) per portare a termine la Rivoluzione; tale piano prevedeva le dimissioni di Saleh e la sua immunità giudiziaria. Gli è stato permesso di rimanere in Yemen, indebolire il suo successore Hadi ed ostacolare i lavori della Conferenza di Dialogo Nazionale e l’attuazione dei suoi risultati. Le principali preoccupazioni del GCC, i cui membri erano amici ed alleati di Saleh, erano rivolte alla salvaguardia dell’ex presidente piuttosto che ai diritti umani degli yemeniti. Negli ultimi 4 anni, Onu, Usa e GCC, ben consapevoli delle violazioni perpetrate da Saleh, sono stati autori di qualche vuota dichiarazione di condanna, di fatto non impedendo all’ex capo di Stato di portare lo Yemen verso distruzione e guerra. Come giudichi l’intervento militare della coalizione? Io sono contro Saleh e la corruzione della sua figura, contro le violazioni degli Houthi e contro l’inadeguatezza del presidente Hadi. Allo stesso tempo, però, sono contro ogni tipo di intervento militare sulla mia terra, anche se condotto da paesi arabi. La guerra non farà diminuire gli spargimenti di sangue e la distruzione, ma anzi peggiorerà la situazione. Lo Yemen si trova già ad affrontare una crisi umanitaria che rapidamente degenererà. Sono anni che gli yemeniti del nord e del sud convivono con gli orrori della guerra, mentre chi vive all’estero che non può tornare a casa perché gli aeroporti sono chiusi ed è vietato l’accesso nel territorio. Nel frattempo la Banca Centrale ha anche bloccato i trasferimenti finanziari, facendo espandere il disastro umanitario anche su altri livelli. Che posizioni hanno espresso gli Stati Uniti? Questa volta hanno avuto un ruolo secondario. È stata una scelta intelligente perché, chiusa la loro ambasciata ed ordinato il rientro di tutto il personale diplomatico e militare, hanno deciso di partecipare alla guerra tenendosi “a distanza”, limitandosi cioè a fornire supporto logistico. Lo Yemen è un esempio di fallimento dell’antiterrorismo voluto da Washington. In passato, questa linea politica consisteva nella lotta al cosiddetto “terrorismo”, identificato soprattutto in al-Qaeda, e che non si curava affatto del benessere dello Yemen, dei suoi cittadini o della sua “democrazia”. Quale potrebbe essere una soluzione alla crisi che attualmente sta vivendo il paese? Questa è una domanda molto difficile a cui rispondere. Questa guerra va fermata immediatamente. Abdel Malik al-Houthi (fratello di Husayn Badreddin al-Houthi ed attuale leader dei ribelli, ndr) e soprattutto Saleh devono essere processati e rispondere per i crimini che hanno commesso contro le popolazioni dello Yemen settentrionale e meridionale. La giustizia sarà il primo passo per una riconciliazione interna. Deve essere eletto un governo provvisorio che convochi al più presto le elezioni; Hadi può farne parte, ma sarebbe meglio riservagli un ruolo esclusivamente formale. Fondamentale è che non ci siano nazioni straniere a guardia dello Yemen. Agli yemeniti – e solo ad essi – dovrebbe essere dato il diritto e la libertà di indicare i propri leader e scegliere il proprio percorso. Questo è ciò che idealmente dovrebbe accadere. ----------------------------------------------------------------------------GLI ATTACCHI SAUDITI IN YEMEN SONO UN GENOCIDIO «Quello che i sauditi hanno fatto nello Yemen è esattamente ciò che ha fatto Israele alla Palestina. Queste azioni contro gli yemeniti sono un genocidio che può essere portato davanti alle corti internazionali». Così la Guida suprema iraniana Ali Khamenei sugli attacchi sauditi in Yemen. «La forza militare di Israele è più grande di quella dei sauditi e Gaza è un’area piccola, ma loro hanno fallito – prosegue Khamenei -. Lo Yemen invece è un vasto Paese e la popolazione è di decine di milioni». «I sauditi affronteranno certamente delle perdite in questa questione e non emergeranno affatto vittoriosi». NIENTE CONTROLLI STRANIERI IN CASA - «Non è accettabile alcuna ispezione non convenzionale che metta l’Iran sotto controllo speciale. Controlli stranieri sulla sicurezza dell’Iran non sono permessi». È uno dei tweet lanciati da Khamenei in occasione del discorso pubblico in cui si è pronunciato per la prima volta sull’intesa di Losanna, dichiarandosi non favorevole né contrario perché nulla è stato ancora definito come vincolante per le parti. «Tutto sta nei dettagli – sintetizza un altro tweet -. La parte sleale – aggiunge con riferimento agli Usa – vuole accoltellare l’Iran alla schiena sui dettagli. È presto per congratularsi». «L’islam e la ragione – prosegue – ci vietano di acquisire armi nucleari, ma l’industria nucleare è una necessità per il futuro del Paese nell’energia, nella medicina, nell’agricoltura ecc».

mercoledì 8 aprile 2015

TUTTO SU YARMOUK


Deca­pi­ta­zioni, assenza di cibo e medi­ci­nali, colpi di arti­glie­ria con­tro le case e cec­chini che mirano a chiun­que provi a uscire o entrare nel campo. Yar­mouk, la “capi­tale” dei rifu­giati pale­sti­nesi, il sim­bolo della dia­spora e dell’agognato diritto al ritorno, vive l’ennesimo capi­tolo della sua per­so­nale tragedia. A com­bat­tere den­tro Yar­mouk sono i gruppi pale­sti­nesi, nell’estremo ten­ta­tivo di difen­dere quel poco di nor­ma­lità che il campo ha sem­pre rap­pre­sen­tato fino allo scop­pio della guerra civile siriana. Ma i resi­denti sono allo stremo, senza cibo, acqua né medi­ci­nali, fa sapere l’Unrwa, l’agenzia Onu per i rifu­giati palestinesi.
Secondo Anwar Abdel-Hadi, respon­sa­bile dell’Olp in Siria, «lo Stato Isla­mico [entrato defi­ni­ti­va­mente a Yar­mouk una set­ti­mana fa, ndr] con­trolla ora il 60% di Yar­mouk, dopo aver preso il 90% ma essere stato poi respinto dai gruppi armati da alcuni quar­tieri del campo». Ancora sono in corso gli scon­tri tra le vie strette del campo pro­fu­ghi, scon­tri a cui prende parte l’artiglieria del governo di Dama­sco, inten­zio­nato a non per­met­tere agli isla­mi­sti di avvi­ci­narsi ulte­rior­mente al cuore della capitale. «Yar­mouk il più grande campo pro­fu­ghi pale­sti­nese al mondo e base per decenni della lea­der­ship pale­sti­nese in esi­lio, è modello della guerra civile siriana ma anche del più ampio con­flitto che oggi scuote la regione – spiega al mani­fe­sto l’analista pale­sti­nese Nas­sar Ibra­him – Den­tro Yar­mouk sono pre­senti, diret­ta­mente e indi­ret­ta­mente, tutti gli attori locali, regio­nali e inter­na­zio­nali che da quat­tro anni ten­tano di deci­dere le sorti di Dama­sco, facendo col­las­sare il governo del pre­si­dente Bashar al-Assad. Ci sono i gruppi isla­mi­sti creati e finan­ziati dal Golfo e dalla Tur­chia; ci sono le oppo­si­zioni mode­rate, stru­mento occi­den­tale; ci sono i gruppi pro-Assad, c’è l’esercito gover­na­tivo; c’è il calif­fato di al-Baghdadi». Den­tro Yar­mouk sono in tanti a com­bat­tere, ma a pagarne le spese è quel che rimane della popo­la­zione del campo, che prima oscil­lava tra le 150mila e le 180mila per­sone, per lo più rifu­giati pale­sti­nesi, ma anche siriani poveri impos­si­bi­li­tati a vivere nella capi­tale. Dif­fi­cile dare un bilan­cio esatto delle vit­time: la stampa parla di 40 morti dallo scorso mer­co­ledì, quando l’Isis ha fatto irru­zione nel campo; fonti medi­che di quasi 200.
I gruppi pre­senti coprono l’intero spet­tro del con­flitto: due gruppi pale­sti­nesi pro-Assad, il Fronte Popo­lare per la Libe­ra­zione della Pale­stina – Gene­ral Com­mand e Fatah al Inti­fada, vicino ad Hez­bol­lah; i qae­di­sti di al-Nusra, i siriani isla­mi­sti di Ahrar al-Sham, i siriani mode­rati dell’Esercito Libero, oppo­si­zione a Dama­sco; e i gruppi pale­sti­nesi Aknaf Beit al-Maqdis (orga­niz­zati da Hamas) e i fuo­riu­sciti del Pflp, al-Uhda al-Umariya. «Nel 2011 il governo di Dama­sco ha ten­tato di lasciare fuori i pro­fu­ghi pale­sti­nesi dal con­flitto. Vi sono stati tra­sci­nati dalla deci­sione di Hamas di abban­do­nare l’ex alleato siriano, per schie­rarsi con l’asse di oppo­si­zione – con­ti­nua Ibra­him – Fino al 2012 il capo di Hamas, Kha­led Meshaal, aveva la sua base a Yar­mouk. Que­sta rot­tura ha por­tato i gruppi pale­sti­nesi vicini ad Hamas a schie­rarsi con i ribelli siriani: Yar­mouk è finita nel cuore del conflitto».
«Oggi Yar­mouk è il terzo fronte aperto in que­ste set­ti­mane dalle oppo­si­zioni interne e dai nemici esterni con­tro il governo Assad, a seguito delle vit­to­rie segnate dall’asse sciita in Yemen (dove l’Arabia Sau­dita non rie­sce a fre­nare l’avanzata Hou­thi) e in Iraq (dove i pasda­ran ira­niani hanno libe­rato Tikrit). Il primo fronte è al con­fine con la Gior­da­nia: una set­ti­mana fa al-Nusra ha preso il prin­ci­pale valico con il regno hashe­mita, Nasib. Il secondo fronte è a nord, a Idlib, occu­pata dai qae­di­sti. E il terzo è Yar­mouk, che dopo le bat­ta­glie per il con­trollo delle regioni set­ten­trio­nali, da Aleppo a Raqqa, e quelle meri­dio­nali al con­fine con il Golan, ha fatto tor­nare cen­trale Damasco.Yarmouk è oggi fon­da­men­tale per­ché a pochi km dal cuore del governo Assad, per­ché modello del più ampio con­flitto a livello nazio­nale e regio­nale e, infine, per­ché rap­pre­senta la que­stione pale­sti­nese e i ten­ta­tivi di stru­men­ta­liz­za­zione da parte di tutti gli attori coinvolti».
Chi paga le spese delle tante guerre per pro­cura medio­rien­tali è la popo­la­zione civile. Lunedì il Con­si­glio di Sicu­rezza dell’Onu ha chie­sto la crea­zione di un accesso uma­ni­ta­rio al campo per garan­tire la pro­te­zione dei civili e la loro eva­cua­zione. Ma la situa­zione, dice Pierre Kra­hen­buhl, capo dell’agenzia Onu Unrwa, «è più dispe­rata che mai». Alle bombe gover­na­tive che pio­vono sul campo, nel ten­ta­tivo di col­pire le posta­zioni dell’Isis, si aggiun­gono le atro­cità dello Stato Isla­mico: almeno nove com­bat­tenti pale­sti­nesi sareb­bero stati uccisi, due di loro decapitati.
Così il numero di resi­denti di Yar­mouk con­ti­nua ad assot­ti­gliarsi: 18mila dopo lo scop­pio della guerra civile, il 10% della popo­la­zione totale; 15-16mila oggi, dopo la fuga dispe­rata dalle bar­ba­rie dell’Isis di altri 2mila rifu­giati che in qual­che modo sono riu­sciti a rom­pere l’assedio e a darsi alla fuga.

sabato 21 marzo 2015

AUSCHWITZ ? ... NO ISRA-HELL ! (Quelli che torturano i bambini)


Israele tortura e disumanizza Giovani Palestinesi Un fatto importante che dovrebbe essere incluso in tutte le discussioni dei diritti umani che riguardano la Palestina è la questione degli arresti di routine e torture inflitte a bambini palestinesi. Israele è l'unico paese al mondo che arresta i bambini quasi giornalmente e brutalmente li costringe a confessare crimini che possono o non possono aver commesso facendo loro firmare confessioni estorte con violenza e quindi illegali e fra l'altro in una lingua che non conoscono. Una che fu prigioniera da bambina attualmente a HaSharon ha oggi 18 anni, Lina Khattab, studentessa all'Università di Birzeit. Lei è una attivista palestinese e ha raggiunto fama mondiale per la danza palestinese. Lina è stata arrestata il 13 dicembre 2014. Accusata di "partecipazione ad una manifestazione illegale" e lancio di un sasso. Era ben nota per il suo impegno come critica della politica di Israele ed era stata sotto sorveglianza da parte delle forze israeliane per qualche tempo. Lina ha avuto diverse udienze per determinare le spese, che sono state rinviate sette volte. Ad essa non è stato accordato il diritto di incontrare nessuno con un'udienza chiusa il 26 gennaio, che è stata nuovamente ritardata al 16 febbraio. Non c'è mai stata alcuna prova di lancio di pietre in una qualsiasi delle sue udienze. Il crimine sul quale il tribunale sta concentrandosi è sulla sua partecipazione e intervento ad una manifestazione! A Lina è stata negata la libertà su cauzione o gli arresti domiciliari, il giudice ha commentato che "aveva l'aspetto di un leader", per giustificare il suo rifiuto alla cauzione e arresti domiciliari. Questa è una chiara indicazione che essi considerano Lina un prigioniero politico. Inseguitom una petizione al Comitato internazionale della Croce Rossa chiese di visitare Lina rilasciando poi un resocondo della visita. Ciò che è stato riferito era che era stata torturata e che ha rifiutato di confessare.Per cui, la sua udienza è stata rinviata ancora una volta al 16 febbraio 2015. Chiunque potrebbe concludere che lei è stata rispedita in prigione per poterla ancora torturare, al fine di estrapolarle una confessione . In un altro caso, quello del 14enne Khaled Al-Sheikh Beit del villaggio Anan a Gerusalemme Ovest che è stato arrestato ed è stato in prigione per 40 giorni, presumibilmente per aver lanciato pietre. Suo padre lo vide la prima notte dell'arresto e ha dichiarato che era stato picchiato. Momento in cui scriviamo, non ci sono notizie disponibili per Khaled. È infinitamente scioccante che Israele sfacciatamente si sente autorizzato a imprigionare e torturare i bambini in violazione di ogni legge che riguarda il trattamento in carcere di cui anch'essi sono firmatari. E 'stato concordato nel 18 ° secolo che le confessioni sotto tortura erano sbagliate, ma sono stati certamente reso illegale secondo la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, che Israele ha firmato il 22 ottobre 1986 e il Patto dei Diritti del Fanciullo, che hanno firmato nel 1990. Inoltre le organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International che si sono specializzati in casi di tortura hanno dimostrato che torturare un individuo non ha mai generato informazioni rilevanti o veritiere a un certo punto l'individuo non potendo sostenere la sofferenza dirà qualsiasi cosa pur di finirla. Eppure, da un rapporto Rights International Network per bambini (CRIN), che ha pubblicato un rapporto 2015 sul maltrattamento dei bambini da parte di forze di occupazione israeliane, almeno 700 bambini all'anno sono detenuti nelle carceri. Essi riferiscono storie di bambini, come un ragazzo di 16 anni sia stato picchiato fino a quando non gli si sia fratturato un osso, un altro di 17 anni mentre era bendato, ammanettato e trascinato per una lunga distanza, e uno di 16 anni, che è stato colpito alla coscia e poi picchiato e dopo essere stato colpito e interrogato + finito in ospedale con una grave emorragia. E' stata condotta un'inchiesta con il seguente risultato "I bambini che sono stati interrogati e gravemente torturati hanno spiegato la seguente esperienza: in 5-6 interrogatori da parte delle forze israeliane è accaduto che hanno attaccato il bambino arrestato dopo averlo ammanettato e bendato. Quindi lo hanno gravemente aggredito, gettandolo a terra, facendogli perdere i sensi mentre le sue mani erano legate dietro la schiena e gli occhi erano bendati da parecchio tempo. Le fasi degli interrogatori sono state discritte come segue: Uno ha ColpiTO il bambino sul viso e ALlo stomaco, mentre lui era a terra. Un altro ha aperto le gambe del bambino, mentre lui era ammanettato e ha posto una sedia tra le gambe del bambino e si è seduto su di esso. Un terzo ha sfregato e premuto con forza i testicoli del bambino per ottenere una confessione. Un quarto ha versato dell'acqua sul naso del bambino mentre lui è bendato e ha messo la testa in un sacchetto di iuta sporca e puzzolente. Il quinto intanto controllava un cronometro per misurare il tempo di sopportazione del bambino verso le torture e gli dà istruzioni circa cosa confessare al fine di fermare la tortura. Se i genitori presentano reclami giudiziari sul trattamento dei loro figli, le denunce vengono generalmente ignorate. In una sola settimana circa una media fra 11 e 5 adolescenti vengono arrestati in Cisgiordania, a Hebron a Gerusalemme e se gli Stati Uniti non protesteranno contro questo orribile trattamento di bambini, Israele continuerà ad arrestarne e torturarne in numero sempre crescente.

mercoledì 18 marzo 2015

ANCORA UNA VOLTA VINCE LA "DEMOCRAZIA" PERVERSA A DISCAPITO DEI DIRITTI UMANI!


Il Likud ha conquistato 29 seggi, mentre il rivale Campo Sionista, guidato dal laburista Yitzhak Herzog, solo 24. Lista Araba Unita a 14 seggi.
18 marzo 2015 GERUSALEMME - Passando dagli exit poll ai voti effettivi non è più testa a testa tra Netanyahu ed Herzog. Anzi emerge una vittoria ancora più ampia del premier israeliano uscente Benjamin Netanyahu. Sulla base del 99,5 % delle schede scrutinate il Likud ha conquistato 29 seggi sui 120 della Knesset (nel 2013 ne aveva ottenuti solo 18), 5 in più dei favoriti (nei sondaggi) del Fronte Sionista di centro sinistra di Isaac Herzog, fermi a quota 24. A questo punto, secondo i media e contro gli exit-poll, Netanyahu sarebbe in grado di formare una maggioranza di destra forte di oltre 60 seggi (su 120). Terzi, con 14 seggi, i partiti arabi, uniti per la prima volta in un'unica lista. A seguire i centristi di Yar Lapid con 11 deputati (in forte calo contro i 19 di due anni fa) membri del governo uscente. Al quarto posto si registra l'exploit di Kuluna, il movimento sempre centrista, fondato solo lo scorso novembre da Moshe Khalon, con 10 seggi, che diventano l'ago della bilancia. Khalon, prima di conoscere i risultati, aveva annunciato di essere pronto a governare sia con Netanyahu che con Herzog e che si sarebbe regolato in base ai risultati. Dietro i centristi, con 8 deputati per la destra nazionalista dei coloni di 'Focolare Ebraico' di Naftali Bennet (ne aveva 12), alleato di Netanyahu. Con 7 deputati a testa i due partiti religiosi: la destra ultraortodossa dello Shas (ne aveva 11) e lo United Torah Judaism, che conferma quelli che aveva. Batosta invece per la destra di Yisrael Beitenu, del 'falco' per eccellenza, il ministro degli Esteri, Avigdor Lieberman, che ha ottenuto solo 6 seggi contro i 13 della precedente Knesset. La sinistra del Meretz arretra a 4 seggi (2 in meno). Con questi numeri la soluzione di un governo di unità nazionale, per cui si era espresso il presidente Reuven Rivlin, sembra ormai tramontata. Subito dopo la fine delle operazioni di voto, ieri sera Netanyahu ha rivendicato la vittoria e ha annunciato di aver "chiesto a tutti i leader dei partiti di destra di formare senza indugio un governo forte e stabile capace di occuparsi sicurezza e benessere per tutti i tutti cittadini di Israele". Il riferimento è agli alleati di Focolare Ebraico, il partito dei coloni di Naftali Bennet, i centristi di Kulanu, di Moshe Khalon (ex Likud ed ex ministro di Netanyahu), Yisrael Beiteinu del falco ministro degli Esteri Avigdor Lieberman, la destra religiosa sefardita dello Shas di Aryeh Deri, e quella dello United Torah Judaism. Sulla carta Netanyahu può contare quindi su 67 deputati sui 120 della nuova Knesset. Il premier ha promesso che formerà il suo nuovo governo "di centro-destra", e non di unità nazionale come avrebbe voluto il presidente Reuven Rivlin, "entro due/tre settimane". Anche se la decisione di affidare l'incarico spetta al presidente, è molto probabile che questi decida di dare il mandato a Netanyahu, leader della coalizione che ha preso più voti.

martedì 17 marzo 2015

I MEDIA IN PALESTINA


Il 2014 vede il numero record di violazioni dei media in Palestina RAMALLAH (Ma'an) -. Il Centro palestinese per lo sviluppo e la libertà dei media (MADA) ha detto domenica che il 2014 ha visto 465 violazioni delle libertà dei media in Cisgiordania, nella Striscia di Gaza e a Gerusalemme Est Il presidente di MADA Ghazi Hanania ha detto ai giornalisti che il 2014 è stato "il peggiore, il più letale, e l'anno più duro di sempre per i giornalisti e le libertà in Palestina, in termini di natura e del grado delle violenze subite dai giornalisti e dalle libertà dei media, e in termini di numero di reati e violazioni commessi , che è aumentato ad un ritmo record e senza precedenti ".
Le forze israeliane hanno commesso un totale di 351 violazioni della libertà di stampa, 112 delle quali sono state registrate a Gaza e 239 in Cisgiordania. Sulla base dei dati, le violazioni israeliane sono aumentate del 132 per cento rispetto al il 2013, mentre le violazioni da parte delle forze di sicurezza palestinesi a Gaza e in Cisgiordania sono aumentate del 46 per cento.
Il direttore generale di MADA, Mousa Rimawi, ha detto che le violazioni israeliane della libertà di stampa hanno incluso aggressioni, omicidi, lesioni, la distruzione delle istituzioni dei media, l'arresto di giornalisti e il loro uso come scudi umani. Secondo il rapporto di MADA, le violazioni da parte delle forze di sicurezza palestinesi nel 2014 erano al loro più alto livello dal 2008. "Questo aumento delle violazioni soprattutto in Cisgiordania è stato monitorato dopo la firma dell'ultimo accordo di riconciliazione tra Fatah e Hamas lo scorso mese di aprile, mentre si supponeva che si sarebbe determinata una svolta nello stato delle libertà pubbliche, tra cui la libertà dei media e la libertà di espressione ".
Il gruppo ha osservato che la circolazione dei giornali affiliati sia a Fatah che ad Hamas è migliorata a Gaza e nella West Bank dall'accordo di unità. Le principali forme di violazioni dei media da parte delle forze di sicurezza palestinesi sono aggressioni, minacce, arresti e l' essere convocati per le indagini, il gruppo ha detto. MADA ha detto che condanna tutte le violazioni delle libertà dei media in Palestina, soprattutto l'uccisione di 17 giornalisti durante la guerra di 50 giorni a Gaza in luglio-agosto, tra cui quella di un fotografo italiano che lavorava per Associated Press.

sabato 7 marzo 2015

LA STRISCIA DI GAZA


Servono solo 10 minuti con macchina per andare dal confine orientale della striscia di Gaza alla spiaggia nel confine occidentale e 35 minuti dai confini settentrionali nel lato egiziano alle frontiere meridionali ... Semplicemente questa è # Gaza La Striscia di Gaza ha quattro aree principali: 1- Città di Gaza, che è la più grande città 2- a nord di Gaza si trovano .. jabalaia, beitlahia, Beit Hanoun 3- al centro di Gaza si trovano .. Deir Ballah, campo Nuseirat, campo di Bureij 4- a sud di Gaza si trovano.. Rafah, Khanyounis, khuzaa Gaza ha una delle più alte densità di popolazione al mondo con (4.822 per km2) la popolazione totale è di 1,8 milioni di abitanti. Penso che molti di voi non conoscevate queste informazioni su Gaza..

mercoledì 4 marzo 2015

PAROLA DI MONI OVADIA


Per Moni Ovadia i dissidenti israeliani sono una minoranza, perché l'opinione pubblica è narcotizzata da vent'anni di propaganda securitaria. L'artista di origine ebraiche definisce para-nazista il governo Netanyahu e accusa i Paesi occidentali di avere un senso di colpa per la Shoah che non c'entra nulla. È affranto Moni Ovadia, artista, musicista e scrittore di origine ebraiche, nel valutare quanto sta accandendo in Medioriente in questi giorni. "Catastrofe", "tragedia" e "vespaio" sono le parole che usa più frequentemente per descrivere l'intricatissima situazione che vede coinvolti Israele e Palestina, con l'aggressione del primo nei confronti della popolazione di Gaza e il lancio di razzi, che Ovadia comunque definisce un errore, da parte di Hamas verso i territori israeliani. In un passaggio della lunga intervista che ci ha rilasciato (e che è possibile ascoltare in versione integrale in coda all'articolo), Ovadia risponde ad una domanda sui gruppi, che pure esistono, che sono contrari alle politiche del governo israeliano. "Eccome se esistono, ma sono una minoranza - afferma l'artista - perché l'opinione pubblica israeliana è narcotizzata da vent'anni di propaganda securitaria, che presenta la guerra condotta da un esercito potentissimo contro una popolazione rinchiusa in una 'gabbia' come azioni per difendere la nazione". Ovadia non esita a definire il governo di Benjamin Netanyahu "come reazionario e para-nazista" e sottolinea come il premier israeliano sia un politico mediocre, che non capisce come le sue politiche finiranno per danneggiare la popolazione israeliana. "Ora ci sono gruppi di coloni piuttosto aggressivi - osserva l'artista - e più si andrà avanti con le politiche di occupazione e colonizzazione, più si correrà il rischio di innescare rivolte interne ad Israele". Nemmeno l'informazione viene risparmiata dalle critiche di Ovadia. "Alla grande opinione pubblica occidentale arrivano notizie purgate in modo imbarazzante. E questo succede perché l'Occidente non riesce a liberarsi del complesso di colpa per la Shoah, che però non c'entra nulla con il comportamento dell'attuale governo israeliano". (da http://www.radiocittafujiko.it/news/moni-ovadia-opione-pubblica-israeliana-narcotizzata%22%3E%3C/a%3E ) -------------------------------------------------------------------------- sul sito un'intervista a vivavoce a Moni Ovadia

Post più popolari