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DIARI DI VITA VISSUTA .

Ziad Deeb.


Un ragazzo palestinese che trova nell'Arte il motivo per andare avanti. 


Durante l'"Operazione Piombo fuso", il 6 gennaio 2009, una famiglia abitante nel campo profughi di  Jabaliya, venne quasi totalmente distrutta da una bomba. 
Unico superstite  Ziad Deeb, che ha perso ambedue le gambe in quella orribile esplosione ed ora , a 22 anni, è costretto su una sedia a rotelle. !0 dei suoi parenti sono rimasti vittime di quell'esplosione. Ziad, non esprime piangendo il suo immenso dolore, lui esprime la sua sofferenza  disegnando e dipingendo dei murales commemorativi, nella sua città..
 Egli spiega la sua esperienza : " In pochi attimi  ho visto sparire la mia famiglia nel suo stesso sangue. Ho sentito un forte fischio e la mia vista è stata offuscata da un forte fumo denso. Forte l'odore del sangue. Quando ho cercato di scappare mi sono reso conto che le mie gambe non c'erano più e le ho viste in pezzi. Quando il fumo si è diradato ho visto tutti i morti accanto a me. Una scena troppo triste" 
Ziad aggiunge: " Mi hanno portato via tutto, l'unica cosa che mi rimane è la mia pittura, questa non possono togliermela e io ho deciso di usarla per fare sentire la mia voce e per denunciare attraverso di essa tutto il mio dolore, quel dolore che la mia stessa voce non riesce ad esprimere. Io urlo attraverso i colori, i pennelli ....attraverso l'Arte in genere il mio bisogno di pace" 

Ziad ora vive con lo zio Mohammed Deeb, 33 anni,lui si trovava poco distante da lui al momento dell'esplosione e adesso lo aiuta a muoversi e cerca di aiutarlo a vivere qualcosa di simile a una vita normale. Mohammed nutre un grande affetto e una grande ammirazione per il coraggio del nipote: "Ziad, è un ragazzo molto forte  e non so come sia sopravvissuto a questa grande  catastrofe. Non so dove abbia trovato questa forza , ma io credo che Dio gli abbia  dato la forza, la pazienza e la creatività per superare una prova così difficile. La sua arte è unica a Gaza.  Lui è speciale, non c'è dubbio su questo. " Piange Mohammed nel parlare del nipote e nel suo pianto prevale non la rabbia, ma l'ammirazione immensa per un ragazzo a cui è stato impedito di vivere come gli altri ragazzi.


Nonostante la tragedia, Ziad è felice quando può trascorrere il suo tempo in compagnia dei suoi amici a suonare la oud e altri strumenti musicali. Mohammed ancora  spiega: "hanno preso la vita della sua famiglia, ma non hanno potuto prendere la sua vita ."
Ziad ha espresso molto entusiasmo per nuovi progetti artistici e ha in mente di fare delle mostre  utilizzando nuove tecniche di sculture in legno copiate da pitture di carta a colori e in bianco e nero. Ha spiegato che "ho sogni da perseguire, non tanto per me stesso, ma per la memoria della mia famiglia. Sono certo che essa si trova in un posto migliore.Perderla mi ha causato ferite che non potranno mai guarire, ma non permetterò alla tristezza di sconfiggermi. Alla fine questo è un elemento indispensabile  per fare grande l'Arte, alla fine la mia è una vittoria, perchè quella è immortale. "


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Tre figli uccisi

i martiri della famiglia Hamdan.

Quando mi sveglio al mattino la prima cosa che faccio è ricordare i miei bambini. Vado a sedermi fuori e  li immagino lì, dove erano soliti giocare. Non voglio uscire ed interagire con altre persone. Non più. Per la maggior parte del tempo resto dentro casa”. 
Talal Hamdan, 47 anni, e Iman Hamdan, 46 anni, contemplano silenziosamente la vita da quando hanno perso i loro tre bambini Haya, Lama e Ismail. Avevano rispettivamente l’età di 12, 10 e 5 anni quando la mattina del 30 dicembre 2008 un F-16 israeliano sganciò una bomba nell’area in cui stavano camminando, a Beit Hanoun, uccidendoli tutti e tre.
I bambini camminavano insieme al padre verso una vicina discarica nella quale lasciare i rifiuti, quando le forze israeliane presero di mira verso l’area.
Essi erano i figli più piccoli della coppia.
Sebbene nessuno dei primi tre anni è stato facile, per Iman il periodo più duro è stato quello immediatamente dopo l’attacco, quando si è ritrovata profondamente sotto shock. “Dopo la morte dei miei bambini non sono stata capace di piangere, non avevo neanche lo spazio adeguato per piangerli - dice Iman - tranne quando sono rimasta finalmente sola. Allora non sono stata in grado di fermare le mie lacrime”.
Iman crede che lo shock dell’incidente abbia notevolmente aumentato i suoi problemi di salute, che includono forti dolori alla schiena ed alle gambe. “La notte dormo a malapena, forse due ore durante il giorno”. Il suo dolore è composto dall’esperienza per la perdita di suo padre, un fratello e due cugini tutti morti lo stesso giorno durante la prima Intifada.
Anche la vita di Talal è completamente cambiata dalla morte dei suoi bambini. “Quando mi sveglio al mattino la prima cosa che faccio è ricordare i miei figli. Vado a sedermi fuori e me li immagino lì, dove erano soliti giocare – dice Talal-. Non voglio uscire ed interagire con altre persone. Non più. Per la maggior parte del tempo resto dentro casa”.
Talal aveva un fortissimo legame con Ismail, “Mi chiedeva di portarlo con me ovunque andassi ed io lo accontentavo. Eravamo sempre insieme”.
Parlando di quanto il ricordo dei suoi bambini sia così doloroso, fa l'esempio di quando lui era ammalato e aveva bisogno di andare in ospedale, “Questo particolare ospedale era quello in cui i bambini furono portati prima che morissero. Quando entrai, il ricordo dei miei tre bambini morti, l’uno accanto all’altro, mi ritornò in mente e inizia a piangere. I dottori inizialmente pensavano che fossi spaventato dalle iniezioni, la mia famiglia, allora, dovette spiegare loro che cosa era successo e perché io fossi così scosso. Alla fine non riuscì a stare in quell’ospedale per le cure”.
In prossimità dell’anniversario di Piombo Fuso, la coppia parla di come loro l’affrontano. “Il giorno dell’anniversario cercherò di tenermi impegnata per evitare di pensarci troppo – dice Iman – ma non vado a fare visita alle tombe. Non potrei sopportarlo”. I coniugi adesso hanno dei piccoli pronipoti che vivono con loro, uno dei quali si chiama Ismail come lo zio ucciso. “Proviamo a fare del nostro meglio per compensare la perdita di nostro figlio con nostro nipote Ismail, saliamo spesso a vederlo e passiamo del tempo con lui ogni mattina”, dice Talal.
Prima dell’attacco, Talal aveva lavorato nell’edilizia. Ha provato a riprendere l'attività, ma un danno ai nervi delle gambe e delle braccia -conseguenza del bombardamento israeliano - lo ha reso inabile al lavoro. La coppia adesso vive con il cibo distribuito dalle Nazioni Unite e dell’aiuto dei loro due figli.
Guardando al futuro, i coniugi nutrono delle speranze e delle preoccupazioni. “Siamo sempre spaventati di un nuovo attacco e di nuove morti nella nostra famiglia. Chiamo sempre le mie figlie raccomandando di avere cura di loro stesse e dei loro bambini – dice Talal –. Spero che la pace possa prevalere e che noi potremo tornare alla tranquillità. La maggior parte di noi spera che non siano uccisi altri bambini in simili incidenti. Posso capire quando gli adulti vengono uccisi durante una guerra, ma non riesco a comprendere quando ad essere uccisi sono i bambini”.
Riguardo alla denuncia della famiglia, successivamente alla morte dei figli, Talal è ottimista: “Mi aspetto di vincere. I miei bambini non erano militari e non c’erano obiettivi militari nelle vicinanze”.
PCHR presentò una denuncia penale alle autorità israeliane per conto della famiglia Hamdan il 21 luglio 2009. Ad oggi, non è stata ottenuta alcuna risposta.

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la famiglia Nasla


Gaza -  1° gennaio 2009 
“Spero almeno, se il nostro destino è morire, di morire insieme. Preferirei non dovesse restare nessuno, a dover sopportare un tale dolore”.
Il primo gennaio 2009, alle 15:00 circa, aerei militari israeliani hanno colpito un serbatoio d'acqua di fronte all'abitazione della famiglia Nasla, nel nord di Beit Lahiya. Quando la prima bomba raggiunse il bersaglio, la famiglia Nasla stava pranzando: durante la fuga dalla casa piena di fumo, una seconda e una terza bomba colpirono la zona, uccidendo Ayoun Nasla, 6 anni, e M'uz Nasla, 2 anni.
Per Jihad Nasla, il padre di Ayoun e M'uz, il ricordo di quel giorno è particolarmente doloroso. “Ho trovato M'uz con il cuore fuori dal petto - ricorda -, e mia figlia Ayoun con il cranio spaccato e il cervello fuoriuscito”. “Di notte ero solito raccontare a M'uz le storie di Abramo, per farlo addormentare. Ed è di notte che vado a far visita alle loro tombe, quando il ricordo dell'accaduto si fa più vivido”. “Non posso più andare al negozio di vestiti: ero solita acquistare per tre maschi e due femmine, non sopporto di dover comprare solo per tre”, aggiunge Fatima, 42 anni.
Fatima, la madre dei bambini, ha riflettuto a lungo su quel giorno fatale. E' evidente quanto ella pensi ai momenti, ai giorni e agli anni precedenti l'attacco. “Mu'z era abituato ad andare sul balcone di casa ogni mattina, per dire 'buongiorno' ai villaggi di Majdal e Herbia, da cui la nostra famiglia proviene: e ogni sera diceva 'buonanotte'. Il giorno in cui è stato ucciso, ha potuto salutare solo al mattino...”, ricorda Fatima. “M'uz amava cantare tutto il tempo la sua canzone preferita della resistenza: ogni volta che la sento mi ricordo così tanto di lui, anche perché viene trasmessa molto nell'anniversario della sua morte, che, casualmente, coincide con l'anniversario di uno dei gruppi della resistenza. Il titolo della canzone è ora scritto sulla sua tomba”.
Le dinamiche familiari sono cambiate drammaticamente dal giorno dell'attacco: tutti condividono la situazione di stress. Lo stress di un membro della famiglia fa aumentare l'ansia degli altri. Racconta Jihad: “Mia moglie ora piange ogni giorno, io cerco sempre di calmarla e ciò può condurre a situazioni conflittuali tra noi”. “Piango così spesso – aggiunge Fatima – che la mia vista comincia a risentirne”. Anche l'ansia dei bambini si trasmette ai genitori. “Se Zeid si sveglia durante la notte, al buio, comincia a gridare; e io mi sveglio col terrore che qualcosa stia accadendo”, dice Jihad.
L'ansia dei bambini è evidente sia dai discorsi dei genitori, sui cambiamenti che hanno attraversato dalla morte dei loro fratelli, che dalle loro reazioni al triste argomento. “Mu'tassam era molto calmo fino al momento dell'incidente. Ma poi ha iniziato a essere violento. Anche i suoi voti, a scuola, ne hanno leggermente risentito”, dice Jihad.
I discorsi sul futuro, per la coppia, sono carichi di dubbi e di paure. “Spero di vivere in pace con gli israeliani, in futuro: ma dubito che ciò possa accadere dato ciò che gli israeliani ci fanno”, dice Fatima. “Spero, almeno, se il nostro destino è morire, di morire insieme. Preferirei non dovesse restare nessuno, a dover sopportare un tale dolore”. Jihad esprime sentimenti simili: “Sono terrorizzato al pensiero che un nuovo attacco porti via qualcun altro di noi. Quando gli aerei volano sopra di noi, chiedo ai bambini di giocare, in modo da distrarci. La mia speranza è che il nostro dolore possa un giorno finire, ma non so come questo possa accadere”.
Il Pchr presentò una denuncia penale alle autorità israeliane il 9 settembre 2009. Ad oggi, nessuna risposta è stata ricevuta.
Traduzione per InfoPal a cura di Stefano Di Felice


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Eyad al-Astal e i tre bimbi uccisi


Gaza - 2 gennaio 2009
Il 2 gennaio non è diverso da qualsiasi altro giorno. Ogni giorno ed ogni minuto mi sento come nel momento in cui ho perso i miei figli. In ogni cosa c'è il ricordo di loro. Mi mancano tutto il tempo.
Il 2 gennaio 2009 intorno alle 14:30, un drone israeliano lanciò un missile su uno spazio aperto nel villaggio di Qarara, vicino a Khan Yunis. Il missile colpì e uccise due ragazzini, Mohammed (12 anni) e Abed Rabbo (9) al-Astal, e il loro cugino, Abdul Sattar Walid al-Astal (11), mentre stavano giocando e mangiando canna da zucchero su quel terreno.
“Ero in casa quando ho sentito un’esplosione vicina alla nostra zona. In quel momento, un drone israeliano sorvolava il cielo sopra di noi”, ricorda Eyad al-Astal. “Circa dieci minuti dopo mio fratello Ibrahim è arrivato a casa e mi ha detto che i miei due figli e il loro cugino erano stati uccisi da una granata israeliana. Ho immediatamente lasciato la casa e mi sono diretto sul posto, a circa 250 metri ad ovest. Là ho visto un buco profondo. C’erano ancora tracce di sangue e frammenti di carne”.
Sono passati tre anni da quando Eyad ha perso i suoi due figli, ma porta ancora con sé ricordi molto vividi. “Ogni giorno ed ogni minuto mi sento come nel momento in cui ho perso i miei figli. In ogni cosa c’è il ricordo di loro. Mi mancano tutto il tempo”.
Eyad prova a descrivere com’è la vita della sua famiglia senza Mohammed e Abed Rabbo: “Le nostre vite sono state molto difficili da quando sono stati ammazzati. Ogni volta che vedo un ragazzino della loro età, mi ricordo dei miei figli. Non riesco ancora a guardare le loro fotografie, è troppo doloroso. Mi viene sempre da piangere ma mi sforzo di non farlo. Mia moglie, Jawaher, piange tutti i giorni ma cerca di nascondermi le sue lacrime. Non vuole gettare altro sale sulle mie ferite. Lei vuole sempre andare alle tombe dei nostri figli con sua madre, ma io non vado. Ci sono andato solo una volta e non voglio farlo di nuovo. Non posso sopportare la vista delle loro tombe”.
Oltre a Mohammed e Abed Rabbo, Eyad e sua moglie hanno cinque figlie e due figli. Mohammed e Abed Rabbo erano i figli più grandi e i loro fratelli erano molto giovani, oppure non erano ancora nati al tempo della loro morte. Il bimbo più giovane è nato un anno e mezzo dopo la guerra e non avrà nessun ricordo. “Quando i bambini ci chiedono dove sono i loro fratelli gli diciamo che sono stati uccisi, martirizzati, ed ora sono in paradiso”, dice Eyad.
Il ricordo dei suoi figli è sempre presente. “Mio figlio Khaled è esattamente come suo fratello Mohammed e spesso mi trovo a dire 'Mohammed!' quando in realtà voglio chiamare 'Khaled'”. Per continuare ad andare avanti, Eyad cerca di tenersi sempre impegnato, di trovare distrazioni come incontrare gente e lavorare come muratore.
Dalla morte dei suoi figli, Eyad è tormentato dalle preoccupazioni e dalle paure per la sicurezza di quelli rimastigli. Prima della morte di Mohammed e Abed Rabbo permetteva ai suoi figli di andare ovunque e in qualsiasi momento. Anche quando c’erano esplosioni e nella zona si sentivano spari. Dopo l’incidente è diventato estremamente timoroso per i suoi bambini e vuole tenerli in casa. “Ho paura che succeda loro qualcosa, specialmente a mio figlio Khaled, che ora è in prima elementare. Dal momento in cui esce di casa mi preoccupo che gli accada qualcosa. Ogni giorno va a scuola a piedi, a 1 km da casa. So che l’istruzione è importante, altrimenti gli impedirei di andare, per quanto ho paura”.
I bambini stessi sono consapevoli che i loro fratelli sono stati uccisi da un drone: lo stesso tipo di drone che spesso sentono e vedono volare sopra le loro teste. Eyad spiega che “quando sentono un drone sono troppo spaventati per uscire. ‘Il drone mi bombarderà se esco’, dicono così”.
L’area in cui Mohammed e Abed Rabbo sono stati uccisi era uno spazio aperto a circa 3km dal confine con Israele. “I bambini erano soliti giocare in quell’area. Il nostro appezzamento di terra è lì vicino. È un area agricola residenziale, lontana da ogni ostilità”, spiega Eyad.
Eyad è scettico riguardo al futuro, considerata la perdurante impunità. “Gli israeliani disprezzano i nostri diritti. Uccidono i nostri bambini e spianano le nostre terre coi bulldozer, e nessuno li ritiene responsabili”, dice. “Mi aspetto che la corte israeliana rigetterà il nostro reclamo. Posso addirittura immaginarli mentre mi uccidono insieme ai miei altri bambini. Tuttavia, voglio sperare che la denuncia avrà qualche risultato”.
Il PCHR presentò una denuncia per crimini alle autorità israeliane da parte della famiglia al-Astal il 23 giugno 2009. Ad oggi, non è stata ricevuta alcuna risposta.
Traduzione per InfoPal a cura di Giulia Sola

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la famiglia Abu Areeda

Gaza -  31 dicembre 2008
“Prima della morte di mia madre eravamo molto felici il 1° di gennaio, festeggiavamo e facevamo visita alla gente. Adesso nell’ultima ora di ogni anno regna il silenzio e il 1° gennaio non festeggiamo l’anno nuovo. Visitiamo la tomba di nostra madre. Ricordiamo”.
Intorno alle 23:30 del 31 dicembre 2008, un aereo da guerra israeliano lanciò un missile su Najma Parc, una sottile striscia verde sulla strada principale dell’area residenziale del quartiere di al-Shaboura a Rafah, uccidendo due civili e ferendone decine di altri.
Iman Abu Areeda (34 anni) fu una delle vittime, uccisa da un frammento di scheggia penetratole nel cervello. Altri sette membri della famiglia allargata Abu Areeda che si trovavano in casa al momento dell’attacco furono lievemente feriti dalla scheggia. La famiglia Abu Areeda venne spostata, per alcune settimane dopo il bombardamento, in un altro luogo, poiché i muri esterni sulla parte anteriore della casa erano stati distrutti. I muri interni e il mobilio erano anch’essi danneggiati.
Era circa mezz’ora prima della mezzanotte del 31 dicembre quando l’elettricità venne sospesa nella zona. Iman andò a coprire il suo figlio minore, Mohammed, che dormiva nella sua stanza. Mentre si piegava su di lui, il missile cadde a poche decine di metri dalla casa della famiglia. La scheggia che arrivò attraverso il muro esterno la uccise. Iman si lasciò dietro il marito, Mahmoud Abu Areeda (che ora ha 39 anni), e i loro figli: Majd (20), Randa (19), Basel (18), Hibba (14), Islam (12), Watan (9) e Mohammed (6).
“Mia madre è morta quando avevo 15 anni. L’età in cui avevo maggiormente bisogno di lei. Ero sotto shock, e non riuscivo a credere che fosse morta. Ancora non ci credo. Non avevo più voglia di andare a scuola ma mi sono fatto forza e ho continuato ad andarci perché so che lei avrebbe voluto così”, dice il secondogenito di Iman, Basel.
I suoi fratelli e sorelle, Majd, Randa, Islam e Hibba sono stati gravemente colpiti psicologicamente dalla morte della madre. Dal giorno dell’attacco, preferiscono rimanere tra di loro, isolati dal resto della famiglia. Randa, Islam e Hibba ricevettero supporto psicologico da una Ong locale per affrontare il lutto e l’esperienza traumatica dell’attacco. Dopo qualche tempo, la famiglia notò che avevano iniziato a riprendersi e ad interagire ancora con le persone intorno a loro.
Il figlio maggiore di Iman, Majd, dice che gli ultimi tre anni sono stati molto difficili per la sua famiglia. “Eravamo tutti sconvolti dopo la morte di mia madre. Ero vivo ma non mi sentivo tale. Mi ci è voluto molto tempo per comprendere che era morta. Avevo una rapporto molto stretto con mia madre, perché ero il figlio maggiore”.
Majd era all’ultimo anno di scuola superiore quando sua madre fu uccisa. “Non mi preparai per gli esami perché stavo soffrendo troppo psicologicamente. Pensavo ‘anche se passo il tawjihi [esame finale], mia madre non è qui ad essere felice per me’. Non ho passato il tawjihi. Spero si poterlo rifare e di passarlo. Mia madre voleva che fossi una persona istruita, che mi sposassi e mi prendessi cura dei miei fratelli. Spero che potrò esaudire il suo desiderio”.
Anche suo fratello Basel ebbe difficoltà nel superare gli esami della scuola superiore. “Prima della morte di mia madre prendevo voti alti, ma dopo la sua morte i voti calarono. Il mio tawjihi fu un disastro ma grazie all’aiuto di mio zio, il fratello di mia madre, riuscii a farcela e ora sono all’università. Studio giornalismo”, dice Basel, stringendo uno dei suoi quaderni.
Il significato dell’anno nuovo è cambiato per sempre per la famiglia Abu Areeda. “Prima della morte di mia madre eravamo molto felici il 1° di  gennaio, festeggiavamo e facevamo visita alla gente. Adesso nell’ultima ora di ogni anno regna il silenzio e il primo gennaio non festeggiamo l’anno nuovo. Visitiamo la tomba di nostra madre. Ricordiamo”, dice Basel.
Majd aggiunge che “la nostra tristezza non si limita al 1° gennaio, nostra madre ci manca in ogni occasione speciale, come le feste dell’Eid. In quei giorni preferisco rimanere a letto e dormire tutto il giorno”.
Da quando ha perso sua madre, pensare al futuro rende Majd ansioso. “Ho paura di perdere qualcun altro che è vicino a me. Ora mio padre è il più vicino e ho paura che gli accada qualcosa. Dopo la morte di mia madre mi sento come se avessi un cuore morto. Quando rido mi sembra di fare qualcosa di sbagliato. Non posso ridere visto che mia madre è morta”.
Basel cerca di guardare al futuro con speranza. Il ricordo di sua madre lo motiva. “Penso spesso al futuro. So che mia madre voleva il meglio per noi, quindi per il futuro spero di riuscire a terminare i miei studi, trovare un lavoro, sposarmi ed avere una famiglia ed essere rispettato nella comunità. Niente può compensare la mia perdita e la mia tristezza, poiché ho perso la cosa più preziosa che tengo nel cuore, ma so cosa mia madre voleva per noi ed è quello che cercherò di raggiungere”.
Il PCHR presentò una denuncia per crimini alle autorità israeliane da parte della famiglia Abu Areeda il 2 luglio 2009. Ad oggi, non è stata ricevuta alcuna risposta.
Traduzione per InfoPal a cura di Giulia Sola

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la famiglia Dayam

Gaza -  4 gennaio 2009
“Inizialmente mi fu detto che 'Arafa era rimasto ferito in un carcere israeliano. Ovviamente ero preoccupata, ma molte persone nella sua attività rimangono ferite, e la cosa importante era che fosse ancora vivo. Solo un quarto d'ora prima che il corpo di 'Arafa arrivasse nella casa di famiglia seppi che era morto. Lo shock fu intollerabile”.
'Arafa 'Abdel Dayam, 34 anni, venne ucciso il 4 gennaio 2009, durante l'offensiva israeliana su Gaza durata 23 giorni, denominata in codice “Operazione Piombo Fuso”. 'Arafa, di professione medico, stava rispondendo (prestando soccorso, ndr) a un attacco missilistico contro un gruppo di 5 uomini disarmati, quando un carro armato israeliano ha fatto esplodere una granata direttamente contro di loro.
Non si può non notare la natura tranquilla e composta dell'intera famiglia, quando si incontrano i Dayam. E' chiaro che i 4 maschi - Hani, Hamed, 'Abdel Rahman e Ahmed, rispettivamente di 11, 9, 6 e 4 anni – sono stati istruiti impeccabilmente dalla loro madre, Imithan Dayam, 35 anni, alla gentilezza e alle buone maniere. Nel corso dell'intervista i ragazzi sono rimasti tranquillamente seduti accanto alla loro mamma, per tutto il tempo.
Imithan ricorda i fatti di quel giorno di tre anni fa. “Inizialmente mi fu detto che 'Arafa era rimasto ferito in un carcere israeliano. Ovviamente ero preoccupata, ma molte persone nella sua attività rimangono ferite, e la cosa importante era che fosse ancora vivo. Solo un quarto d'ora prima che il corpo di 'Arafa arrivasse nella casa di famiglia seppi che era morto. Lo shock fu intollerabile”. La voce di Imithan si rompe un instante per la commozione, quando racconta il momento in cui apprese della morte del marito: ma è solo un momento. Per il tempo che resta, riesce a mantenere un volto fermo, “per il bene dei bambini e per il loro futuro”.
Dalla perdita di 'Arafa, la famiglia ha affrontato sfide importanti. A causa di una lite occorsa con la famiglia di 'Arafa, presso cui vivevano prima dell'incidente, Imithan è stata costretta a trasferirsi nella casa incompleta a cui il marito stava lavorando prima di morire. “Quando ci trasferimmo, non c'era nulla: non c'erano mobili, né finestre o tappeti. Solo dieci giorni fa sono terminati i lavori di tinteggiatura”, racconta Imithan. Con i risparmi di 'Arafa è riuscita a pagare dei prestiti precedentemente ottenuti per avviare i lavori di costruzione, ma il denaro sufficiente a terminarli non c'era.
Riflettendo sulla vita di 'Arafa, Imithan parla del coraggio e della popolarità del marito tra i palestinesi. “Durante la guerra, 'Arafa passava a casa solo per portare cibo: subito dopo usciva nuovamente a svolgere volontariato con i medici. Se un gruppo di medici era al completo, se ne cercava immediatamente un altro. Quando è morto abbiamo ricevuto messaggi di condoglianza da tutto il mondo”. Non sorprende che Imithan ricorra spesso, nella conversazione, all'“importanza di essere forti”, per la vita della propria famiglia dopo la morte del marito.
L'effetto della perdita del padre, sui bambini, è stato particolarmente traumatico: in special modo per Hani, che, dato il forte attaccamento al genitore, ha manifestato sintomatologie fisiche e psicologiche per un anno, per il trauma estremo subito. “Ma io ho chiesto subito ai bambini di comportarsi come il loro padre avrebbe desiderato”, racconta Imithan. Grazie a incontri quotidiani di conversazione con il personale dell'Unrwa, Hani ora va bene a scuola e ottiene risultati eccellenti in scienze, materia che suo padre insegnava presso la locale scuola dell'Unrwa. Hani sta chiaramente assumendo la posizione dell'uomo di casa, sedendo tranquillo con sua madre a badare ai fratelli più giovani. Ahmed, il più giovane, aveva quattro anni quando suo padre morì: “Egli non ha avuto la possibilità di conoscere e di amare suo padre”, dice Imithan.
Riguardo al futuro, Imithan è fiduciosa: “Ho quattro giovani ragazzi che spero di vedere laureati e sposati, ma sono sola; ho una grande responsabilità e devo essere forte”. Ella nutre poi speranze riguardo alle prospettive di procedimenti giudiziari in Israele, volti all'ottenimento di un risarcimento per l'uccisione del marito, dal momento che è evidente che, quando è stato ucciso per mano delle Forze di occupazione israeliane, 'Arafa non era un obiettivo militare.
Il Pchr presentò denuncia penale per conto della famiglia Dayam il 21 agosto 2009. Ad oggi, nessuna risposta è stata ricevuta.
Traduzione per InfoPal a cura di Stefano Di Felice 
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Amal al-Samouni

Gaza - 5 gennaio 2009. 

“Sento un dolore costante alla testa, agli occhi e alle orecchie. Ho avuto il naso che sanguinava per gli ultimi tre anni. E riesco ancora a sentire la scheggia che si muove nel mio cervello”.
Il 4 gennaio 2009 intorno alle 6:00 le forze israeliane hanno circondato la casa dove Amal a-Samouni (11 anni) e 18 membri della sua famiglia allargata si stavano rifugiando, nel quartiere Zeitoun ad est di Gaza City. I soldati israeliani hanno ordinato al proprietario della casa, il padre di Amal, Attia al-Samouni (37), di uscire con le mani alzate. Non appena Attia ha aperto la porta è stato immediatamente ucciso da spari alla testa e al petto. I soldati hanno poi cominciato a sparare proiettili dentro la casa, uccidendo il fratellino di 4 anni di Amal, Ahmad al-Samouni, e ferendo almeno quattro altre persone, di cui due erano bambini.
Durante le ore successive, i soldati hanno ordinato a oltre 100 altri membri della famiglia allargata al-Samouni di stare nella casa di Wa’el Fares Hamdi al-Samouni, lo zio di Amal. Il 5 gennaio 2009 le forze israeliane hanno bersagliato direttamente la casa e i suoi dintorni, uccidendo 21 persone e ferendone molte altre. Amal, che era all’interno, è stata ferita da una scheggia alla testa ed è rimasta sepolta sotto le macerie, giacendo tra parenti feriti, morenti o deceduti. Il 7 gennaio il personale dell’ambulanza, a cui era stato vietato di entrare nell’area prima di allora, l’ha portata all’ospedale.
Tra il 4 e iI 7 gennaio 2009, 27 membri della famiglia Samouni sono stati uccisi, inclusi 11 bambini e 6 donne, e altri 35 sono stati feriti, tra cui il fratello gemello di Amal, Abdallah. 
Amal è sopravvissuta a quei 4 giorni orribili ma le sono rimaste ferite permanenti e un trauma. “In ogni istante ricordo mio fratello e mio padre, e come vennero ammazzati” dice Amal mentre ripensa agli attacchi e ai tre giorni che ha passato seppellita tra le macerie della casa di suo zio, senza cibo né acqua. Amal non ha bisogno di molte parole per esprimere quello che sente: “prima, vivevamo insieme come una famiglia felice. Ora non mi sento più felice.”
Amal non ha perso solo suo padre: anche la casa di famiglia è stata distrutta dall’esercito. “Per un anno abbiamo vissuto coi genitori di mia madre, nel quartiere Shaja’iya di Gaza. Poi abbiamo vissuto in un magazzino per un anno e mezzo. Non aveva il pavimento. C’era solo sabbia. Da sei mesi viviamo dove c’era la nostra vecchia casa. Non è grande nemmeno la metà della nostra casa precedente. Non volevo tornare al nostro quartiere a causa di quello che è successo. Neanche la mia famiglia voleva ma non avevamo scelta.” Come molti altri membri della famiglia al-Samouni, il nucleo familiare di Amal ora riceve aiuto dai parenti che vivono nel vicinato, ma fa ancora fatica a farcela economicamente. Le condizioni di vita di Amal e della sua famiglia sono in un certo senso migliorate, anche se in casa mancano ancora accessori come il frigorifero, la lavatrice, e un armadio per i vestiti dei bambini. Il padre di Amal, Attia, era un contadino. Coltivava verdura su un terreno in affitto, che forniva alla famiglia le entrate economiche.
Mentre la ricostruzione delle vite e dei mezzi di sussistenza continua nel quartiere di al-Samouni, Amal continua a lottare con le sue ferite. I pezzi di scheggia intrappolati nel cervello le causano forti dolori. “Sento un dolore costante alla testa, agli occhi e alle orecchie. Ho avuto il naso che sanguinava per gli ultimi tre anni. E riesco ancora a sentire la scheggia che si muove nel mio cervello,” dice. I dottori locali dicono che rimuovere i pezzi sarebbe troppo pericoloso, ma Amal non riesce ancora ad accettarlo. Ha il forte desiderio di andare all’estero per vedere un dottore. “Voglio essere sicura della mia situazione e voglio che un altro dottore mi veda. Voglio provare tutto il possibile per mettere fine al problema e al dolore. Altri bambini a volte possono viaggiare per divertimento. Ma il mio desiderio è serio; non viaggerò per divertimento ma per le cure mediche.”
Il dolore costante ha un impatto profondo sull’umore di Amal, sulla sua relazione con i fratelli e sul suo rendimento scolastico. “Quando sento molto dolore divento nervosa e arrabbiata.” Sua madre Zeinat (38 anni) aggiunge che “allora si arrabbia facilmente con i suoi fratelli più piccoli e li picchia. Di recente lei ed io abbiamo visitato ancora un ospedale per vedere come potrebbe essere aiutata. Il dottore le ha prescritto del tramal [un sedativo] ma non permetterò che prenda una medicina come quella.”
“Quando sono triste vado a casa di mia zia a trovare i miei cugini, o preparo i libri per la scuola,” dice Amal. “Prima della guerra ero bravissima a scuola. Ora i miei voti non sono più così buoni.” Mentre parla dei suoi voti peggiorati Amal si commuove. L’insegnante ha detto a sua madre che Amal non riesce a concentrarsi in classe. Questo semestre ha avuto l’insufficienza in due materie. “Mi fanno male gli occhi quando guardo la lavagna,” dice, molto arrabbiata. Nonostante le sue difficoltà scolastiche, Amal sa che vorrebbe studiare perché “quando sarò grande voglio diventare una pediatra e aiutare le persone ferite.”
Il PCHR ha inviato una denuncia penale alle autorità israeliane da parte della famiglia al-Samouni l’8 maggio 2009. Ad oggi, solo una risposta interlocutoria è stata ricevuta, che notificava la ricezione della denuncia. Nonostante le ripetute richieste, non sono state ricevute ulteriori informazioni.
Traduzione per InfoPal a cura di Giulia Sola
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Motee' e Isma'il as-Selawy

Gaza - 3 Gennaio 2009
“Quello che ci ha molto colpiti psicologicamente è il fatto che stavamo tutti pregando nella moschea quando siamo stati attaccati. La moschea è un luogo nel quale andiamo quando abbiamo bisogno di sollievo o quando siamo tristi. Non avremmo mai potuto immaginare che saremmo stati il loro bersaglio mentre stavamo pregando”.
Il 3 gennaio 2009, quando erano circa le 17:20, durante l’ora della preghiera, un drone israeliano ha sganciato un missile sull’entrata occidentale della moschea di al-Maqadma nel campo profughi di Jabaliya. Nell’attacco sono morti 15 fedeli e centinaia sono stati feriti.
“In ogni preghiera ricordo quello che è successo nella moschea, quel giorno. Ricordo il posto in cui ho visto braccia dilaniate, gambe ed altre parti del corpo sparsi per tutto il pavimento. Posso ancora vedere i nostri parenti ed amici sparsi per tutta la stanza in cui pregavamo”, dice sheikh Motee’ as-Selawy (49 anni), mettendosi la testa tra le mani. Si trovava sul palco degli anziani a tenere un discorso ai fedeli quando un missile ha colpito l’ingresso. “Avevo una visuale diretta verso la porta della moschea ed ho visto schegge rosse volare verso di noi attraverso l’entrata”, ricorda.
La numerosa famiglia as-Selawy, che vive insieme in una grande casa dall’altra parte della moschea, ha perso cinque dei suoi membri, che stavano tutti pregando nella moschea quando questa è stata attaccata: Ahmad Isma’il (22), Mohammed Mousa Isma’il (12), Ibrahim Mousa Aissa (44), Hani Mohammed (8), e ‘Omar Abdel Hafez as-Selawy (27).
Il fratello di Motee’, Isma’il Mousa as-Selawy (53), ha perso suo figlio maggiore, Ahmad Isma’il, nell’attacco. “Piango ogni giorno per mio figlio. Ho sofferto molto durante questi tre anni. Era tutto per la nostra famiglia. Faccio visita sulla sua tomba una o due volte la settimana almeno. Lo ricordo in ogni momento, che io sia a casa, alla moschea o da qualsiasi altra parte”, dice Isma’il.
“Ci mancano molto i nostri parenti uccisi, in qualsiasi occasione. La nostra famiglia vive tutta nello stesso palazzo e quindi ci divertivamo molto insieme. Ora andiamo a fare visita alle loro tombe”, aggiunge Motee’.
Sei membri della famiglia as-Selawy sono stati feriti durante l’attacco e molti di loro continuano ad accusare dolori fisici per via delle schegge che sono rimaste conficcate nei loro corpi. “Ho ancora delle schegge conficcate nel polso destro e mi danno problemi ancora adesso. I dottori a Gaza hanno detto che un intervento per rimuovere le schegge potrebbe peggiorare le cose invece di migliorarle. Sento costantemente un formicolio e la mano destra è debole. Non posso tenere nulla”, dice Motee’. Un altro parente, Mohammed Khalil as-Selawy (14), ha delle schegge conficcate nella testa che gli hanno causato perdida di udito e che lo hanno costretto a delle protesi uditive. I fratelli Abdel Karim Mohammad as-Selawy (12) e Maher Mohammed as-Selawy (3) hanno dovuto anch’essi imparare a convivere con le schegge conficcate nei loro corpi; Abdel Karim ha frammenti alle spalle, mentre Maher ha schegge conficcate nel fegato. Tamer Khalil (22) e Mousa Isma’il (23) as-Selawy sono stati anche loro feriti da schegge alla schiena, ma i dottori sono stati in grado di rimuovere le parti metalliche dai loro corpi.
“Quello che ci ha colpiti di più psicologicamente è il fatto che stavamo tutti pregando nella moschea quando siamo stati attaccati. La moschea è un luogo nel quale andiamo quando abbiamo bisogno di sollievo o quando siamo tristi. Non avremmo mai potuto immaginare che saremmo stati il loro bersaglio mentre stavamo pregando nella moschea. Questo è un grosso crimine”, dice Motee’. Il nonno della famiglia, Mousa ‘Issa Mohammad as-Selawy (93), aggiunge: “La moschea è la casa di Dio. Non ci sono soldati o armi nella sua casa. Chiunque va lì per pregare ed essere felice di stare lì dentro. Come hanno potuto prenderli di mira in quella maniera?”
Motee’ aggiunge: “Goldstone è venuto a farci visita a casa nostra ed è venuto alla moschea con noi per indagare. Gli ho chiesto: ‘Dove vai quando ti senti triste e stanco?’, lui ha risposto: ‘Vado in un posto per pregare’. Gli ho chiesto: ‘Cosa avresti fatto se ti avessero bombardato lì dentro?’; mi ha risposto: ‘Non so immaginarmelo. Un crimine come questo dovrebbe essere punito’. Ora Goldstone si è scusato per il suo report e noi non abbiamo ancora visto nessun risultato”.
Dal giorno dell’attacco, gli as-Selawy non piangono solo la perdita dei propri parenti. I membri della famiglia sono anche alle prese con problemi finanziari poiché tre dei parenti deceduti erano quelli che provvedevano alla maggior parte del reddito familiare. Ibrahim ha lasciato 9 figlie, che ancora vivono in casa. “Chi si prenderà cura di loro, adesso?” chiede Motee’. ‘Omar Abdel Hafez aveva 4 figlie ed un figlio. Fino al giorno della sua morte contribuiva al reddito familiare lavorando come cameraman per il canale di una TV locale. Il figlio di Ismai’l, Ahmad, era padre di due bambini, Mohammed (5) e Nisreen (3) lavorava come sarto.
“Le mie preoccupazioni adesso riguardano i miei nipoti, Mohammed e Nisreen, e come poterli far crescere. Voglio dare loro un futuro, ma sono troppo malato per lavorare. La mia salute è stata fortemente minata dall’attacco e dalla perdita di mio figlio”, dice Isma’il, che soffre di gravi emicranie e problemi di stomaco. “Provo a prendermi cura di loro più che posso, ma non sarò qui per sempre”.
Gli as-Salawy hanno poche aspettative riguardo i risultati del procedimento legale nel contesto del sistema legale israeliano. “Gli israeliani stanno prolungando i procedimenti della Corte e non vediamo nessun risultato positivo. Possiamo nutrire delle speranze se il nostro caso fosse preso in esame da una corte internazionale”, dice Motee’.
Il PCHR ha presentato una denuncia penale alle autorità palestinesi per conto della famiglia as-Selawy il 2 luglio 2009. Ad oggi, non è pervenuta alcuna risposta.
Traduzione per InfoPal a cura di Romina Arena

Ahmad: “Questa la vita dentro un carcere israeliano”

Monday, 09 January 2012 07:28 Carlo Vittorini (Alternative Information Center)
La storia di Ahmad, 25 anni, prigioniero palestinese liberato nella seconda fase dello scambio tra Israele e Hamas, lo scorso 18 dicembre. Nel suo racconto all’AIC, le torture e le vessazioni subite in cinque anni di prigionia.



prigioneri 
Festa per il ritorno a casa dei prigionieri palestinesi liberati nell'accordo tra Hamas e Israele

A Dheisheh l’attesa è grande. In Shara Al Quds-Al Khalil, la strada che passa ai piedi del campo profughi e lo collega a Betlemme, ci sono decine di persone radunate, familiari e amici dei detenuti che saranno liberati dalle carceri di Israele in seguito alla seconda fase dello scambio di prigionieri.

Ormai è notte fonda, qualcuno cerca di scaldarsi intorno ad un falò improvvisato, regna una strana miscela di stanchezza e gioia ancora incredula. Dopo molte ore, un improvviso e insistente coro di clacson riaccende l’eccitazione dei presenti, sono tante le automobili e le bandiere che occupano la strada, la gioia è palpabile, dappertutto si vedono abbracci grida risate e pianti. Vista la tarda ora, i festeggiamenti dei dodici ragazzi del campo che hanno riottenuto la libertà vengono rimandati al giorno successivo.

Ahmad, 25 anni, gli ultimi 5 passati in prigioni israeliane, è uno di questi. La facciata di casa sua è interamente ricoperta da un’enorme bandiera palestinese e le visite di parenti e amici nel suo salotto si susseguono ininterrotte. E’ stanco, ma il volto magro è illuminato da un sorriso che non riesce a nascondere meraviglia per la libertà inaspettata: gli è stato comunicato di essere uno dei 550 che sarebbero stati rilasciati solo quattro giorni prima del 18 dicembre, la data prestabilita dall’accordo tra Hamas e il governo israeliano.

"I had a dream", così inizia il suo racconto: sognava la libertà dall’occupazione, perché "dove c’è occupazione non ci può essere pace, e senza pace non vedo futuro. Invece io voglio poter guardare il sorriso sul viso di mia madre, dei miei fratelli e sorelle", spiega Ahmad all’Alternative Information Center. La scelta della militanza giunse dopo l’uccisione di un caro amico da parte dell’esercito di occupazione, nel pieno della seconda Intifada, inevitabilmente nata, spiega, dal diritto al ritorno disatteso ancora oggi. Ricercato prima ancora che raggiungesse la maggiore età, è stato arrestato ad un checkpoint mentre andava a Gerico per assistere ad una partita di calcio.

E stato in quel momento che è iniziata la sua personale Odissea. Dopo l’interrogatorio e il lungo processo, intervallato dalle violenze subite in cella e conclusosi con una condanna a sette anni e mezzo, è stato spostato in numerose carceri.

Molte anche le sue permanenze in ospedali militari, fino a due mesi di degenza, conseguenza delle dure condizioni di vita e delle violenze subite : "Si pensa che i medici, ovunque nel mondo, siano mossi da una missione universale, a prescindere che si trovino a dover curare un amico o un nemico. Quelli ai quali mi hanno affidato erano invece veri e propri dottori-soldati, addirittura mi facevano male di proposito quando dovevo cambiare la flebo".

Se persino in ospedale non poteva dirsi al sicuro dalla brutalità costante alla quale erano e sono sottoposti tutti i prigionieri, in carcere ha potuto contare sulla solidarietà dei compagni, che gli hanno fornito coperte e indumenti: arrestato in estate, con l’avvento dell’inverno ha dovuto fronteggiare una situazione molto difficile, anche a causa del divieto imposto ai familiari di inviare qualsiasi cosa che non fossero soldi, affidando le spese al personale carcerario ma a prezzi molto più elevati.

Ahmad, novello Davide di biblica memoria, ricorda in particolare un episodio: uno dei detenuti, redarguito da un secondino che gli aveva ordinato di non fumare, aveva risposto invece di obbedire, e per questo era stato picchiato. Era quindi cominciata una rivolta, che i soldati avevano cercato di sedare con la forza, sparando lacrimogeni e proiettili di gomma. Ahmad, sperando di sviare l’attenzione dei militari così da porre fine alle violenze, diede fuoco alla tenda dove dormiva: riuscì in parte nell’intento, ma per punizione fu ammanettato e trasferito in un’altra prigione, dove venne picchiato ripetutamente.

In cinque anni di detenzione, Ahmad ha potuto ricevere solo una visita all’anno, e solo dalla madre. Si commuove al pensiero dei fratelli, così cresciuti che nel primo incontro dalla liberazione non è stato in grado di riconoscerli. Per mantenere i contatti con l’esterno era riuscito a nascondere un cellulare, con il quale riusciva, di tanto in tanto, a comunicare con i familiari; è stato così che ha potuto dire alla madre di essere nella lista di coloro che sarebbero stati scarcerati. Eppure, se le violenze fisiche erano finite, non è stato lo stesso per quelle psicologiche. Infatti, il giorno del rilascio, con i fratelli che attendevano trepidanti a Ramallah, c’è stato un rinvio continuo del momento tanto atteso: dalle 4 di pomeriggio si è passati alle 6, poi è stato annunciato a tutti che c’era stato un errore e non ci sarebbe stata alcuna liberazione. Liberazione riconfermata dopo due ore di rabbia e disperazione, ma i prigionieri hanno potuto riabbracciare i loro cari solo intorno a mezzanotte.

Mustafa, il fratello diciassettenne di Ahmad, non riesce a trattenere l’entusiasmo, eppure un velo di amarezza gli offusca il viso: "Mio fratello è libero, ed è meraviglioso, ma è finito in una prigione più grande". Secondo l’organizzazione per i diritti dei detenuti Ansar al-Asra, infatti, sono 870 i detenuti arrestati nell’ultimo trimestre del 2011, dei quali 90 minori di 18 anni, e molti vengono proprio da Dheisheh.

In questo modo, il numero dei liberati verrà presto pareggiato dai nuovi prigionieri, e i Territori Palestinesi assumono sempre di più il profilo grottesco di un’enorme sala d’attesa per la prigione. Inoltre, su Ahmad pende già un’altra condanna: non gli è permesso di uscire da Betlemme, e non gli è stato riferito fino a quando sarà costretto alla reclusione in casa sua. Nonostante tutto, non si fa prendere dallo sconforto: "Voglio ricominciare a studiare, e mi piacerebbe anche poter viaggiare, un giorno. Ma soprattutto, voglio vedere i miei futuri figli senza che la paura contragga i loro volti".



Perchè mia figlia?
Un padre a Gaza: 'Voglio solo avere a che fare con il soldato che ha ucciso mia figlia'

La famiglia di una ragazza di 16 anni uccisa durante l'Operazione Piombo Fuso Israele, ancora pieno di dubbi dopo tre anni della sua morte. Una denuncia penale con le autorità israeliane rimangono senza risposta.

"Perché mia figlia quello che erano le loro motivazioni? Quali sono state le ragioni?" Chiede Ahmed Abu Oda. "

"I militari israeliani dicono che sono l'esercito più morale delmondo, ma hanno ucciso mia figlia, non hanno rispettato il loro diritto di vivere".

Nariman Abu Oda è stato ucciso il 9 Gennaio 2009 dal fuoco israeliano a Beit Hanoun a casa, casa che è ancora in fasecrivellati di proiettili, secondo il Centro palestinese per i diritti umani, che ha presentato una denuncia nel mese di agostodello scorso anno.


Come mia zia a Gaza mi ha fatto sperare  di ritornare.Fidaa Elaydi La Electronic Intifada campo profughi di Maghazi 10 Gennaio 2012Zio dell'autore, Hazem Elaydi, comfort sua madre nella casa di famiglia nel campo profughi di Maghazi. (Fidaa Elaydi / The Electronic Intifada)La data è 21 dicembre 2011, una giornata che vivrà dentro di me per il resto della mia vita. Come ho attraversato il valico di Rafah, i miei occhi acquisiti i volti di ogni uomo davanti a me, ero alla ricerca di mio zio, Hazem Elaydi. Io non lo aveva visto in più di venti anni, da quando prima che fosse illegalmente detenuti da Israele durante la prima intifada. Ho viaggiato in tutto il mondo a vederlo dopo la sua liberazione durante l'affare scambio di prigionieri tra Israele e Hamas nel mese di ottobre.Ogni volta che viaggio in Palestina, i miei primi giorni nella mia patria sono sempre pieni di lacrime e coperto da una nuvola di incredulità. La pura gioia di essere a casa mi fa sentire come se fossi in un sogno, che non potevo essere così fortunati da tornare al mio paese ancora una volta, e questo ultimo viaggio non ha fatto eccezione.Mi ricordo che prima vedere il suo volto sorridente. Anche mentre correvo per le braccia, mi fissò il suo volto cercando di ricordare i suoi dettagli nel caso in cui ero veramente sognare e sarebbe presto svegliarsi da questa fantasia bellissima. Come ho abbracciato, ho cercato di imparare il suo profumo, sperando di poter aggiungere questo dettaglio per l'archivio della mia memoria di lui per disegnare in un secondo momento, quando non ero più vicino a lui. Come abbiamo guidato da Rafah alla vecchia casa di famiglia dove mio padre, zie e zii erano tutti nati e cresciuti nel campo profughi di Maghazi, mi fissò. Ho cercato di imparare la forma del suo sorriso, le tonalità del nero, marrone e grigio nella sua barba, le linee sottili che formano intorno agli occhi, la profondità della sua voce e la qualità innocente e infantile della sua risata unica acuto .Quando siamo arrivati, ci siamo seduti in soggiorno e ho subito rubato il posto accanto a lui. Gli tenevo la mano e mi chiedevo cosa avrei potuto dire a lui per fargli vedere come ero felice di incontrarlo. Volevo essere articolato, ma non riesce a capire la mia lingua nativa. Volevo impressionarlo senza essere detestabile. Volevo che mi conoscono e di essere orgoglioso di me, ma ero troppo intimidito per parlare. Invece, mi sono seduto in silenzio e ho cercato di sforzarmi di credere che non stavo sognando.Tutti nella mia famiglia mi ha chiesto cosa ho fatto quando ho visto mio zio. Ho pianto come il mio fratello maggiore? Ho svenire da urti come mio cugino? La mia reazione non figurano né lacrime, né la perdita di coscienza. Anche se non è eccitante come una storia, la mia reazione a vedere lui è venuto in piccole dosi quasi schiacciante di consapevolezza improvvisa.Quel primo giorno, quando ero seduto nella mia casa d'infanzia del padre, in realtà tornano lentamente L'anno scorso, mi sono seduto in questa stanza come la mia famiglia mi ha accolto di nuovo a Gaza dopo sei anni di lontananza. Questa volta era diverso. Questa volta non si trattava di avermi accolto a casa o mi chiede di Egitto o miei fratelli, questa volta ero seduto in questa stanza per incontrare mio zio. Lo zio che conoscevo solo dalle foto, racconti e un paio di telefonate telefono sporadici.Ora sono in sua presenza.Tutte quelle innumerevoli volte ho pregato per il suo rilascio nelle mie preghiere sono state fruttuose. Tutti quei momenti di angoscia quando mia nonna disperatamente pianto per lui sono state compensate con la sua gioia di vederlo. Mi sono guardato intorno e ho visto i miei 17 anni, cugino che è stato chiamato dopo mio zio e lo incontrò per la prima volta due mesi fa. E 'stato reale. Mio zio era tra noi e libero e se stesso e non ha paura e io ero lì con lui. I miei occhi si gonfiavano di lacrime e li soppresse. Il tempo di piangere era passato e ora è stato un momento di sorrisi e risate, mi dissi.Mi ricordo la prima volta che ho sentito qualcuno chiamare il nome di mio zio per porgli una domanda. Non mi ricordo la domanda o che chiedeva, mi ricordo solo rendendosi conto che alla fine mio zio era abbastanza vicino per noi a chiamare semplicemente il suo nome quando abbiamo voluto parlare con lui.Qui per restareMi ricordo la prima volta che qualcuno ha fatto riferimento alla "casa Hazem è." Ancora una volta, non ricordo il contesto, ma mi ricordo la gioia travolgente mi sentivo come la consapevolezza della autenticità della sua liberazione insieme in Lui ha una casa, ho pensato, casa sua. Questo non è temporaneo, lui è qui per rimanere. Non sto immaginando questo. Mi sono costretto a non piangere. Guardai il mio caro zio e sorrise, i momenti che ho con lui sono limitata alla lunghezza della mia visita e non voglio spenderli cercando di convincermi di una cosa mi ci sono voluti due settimane per venire a patti con la schiena nel mese di ottobre. Egli è qui e farò il meglio.Ho cercato di imparare la sua personalità, il suo senso dell'umorismo, il modo in cui parlava con la gente, i suoi manierismi, e tutto ciò che le conversazioni di Skype e telefonate non si può dare via. Mi sono reso conto che era molto diverso da chiunque che conoscevo. Diversamente dalla maggior parte persone che conoscevo a Gaza, non ha mai interrotto nessuno in conversazione. Era rispettoso e paziente e sempre con molta attenzione quando gli altri parlavano di lui.Chiunque lo ha incontrato immediatamente fiducia in lui. C'era qualcosa in lui, non c'era l'onestà nei suoi occhi, riflessione nella sua espressione facciale, la saggezza nella curva della sua fronte. Qualcosa di lui mi ha fatto sentire subito come se potessi fidarmi di lui con tutti i miei segreti e si sentono come se fossero più sicuri di prima.Ha sempre dato consigli umile in ogni contesto e l'argomento di conversazione, ma non ha mai predicato. Ha offerto le migliori soluzioni per ogni problema e ha citato in cui la saggezza dei suoi consigli provenienza. Quando siamo stati invitati a cena in due posti la stessa notte, è stato lui che ha risolto il problema.Quando tagli i miei fratelli 'erano troppo selvaggio per la cultura conservatrice di Gaza, invece di guardare e giudicare, spiegò loro reazioni della gente. Quando i miei cugini e ho avuto un improvviso desiderio di andare al mare nel bel mezzo di un pomeriggio d'inverno, ci ha portato e farci rimanere quanto volevamo. E 'facile andare e ha preso tutto nella vita a piccole dosi. Era il nostro legame per l'occupazione e l'ingiustizia prima del suo rilascio e ora è il nostro ancoraggio.Rilascio di mio zio non solo ha portato grande gioia alla mia famiglia e riunita tutte le mie zie e zii sia a Gaza e della diaspora, ma ha anche cambiato la dinamica della nostra famiglia. Sembrava un sacco di meschinità che esiste spesso con famiglie numerose sembrava scomparire dalla nostra per un po '. Mia nonna è più ottimista e concentra la sua attenzione sulla scelta di storie per me un marito e la condivisione di un momento in cui l'aria della Palestina era libero e lei gli alberi più fruttuosa. I cugini ci preoccupa sono stati domati dalla l'influenza di uno zio rispettato. E infine, non abbiamo più per appendere poster, foto e targhe che portano il suo volto sulle nostre pareti per sentire la sua presenza. Hazem mio zio è con noi e noi lo tesoro ancor più di prima.Ho cercato di sapere chi era mio zio e osservarlo in modo che quando i miei dieci giorni di opportunità di conoscere lui era finita, avrei molto da attingere quando poi ho cercato di ricordare a lui. Ho memorizzato quanto adorava la moglie, come gentile e paziente era con i suoi giovani nipoti e nipoti, come la comprensione era con me ed i miei cugini più grandi, come premuroso e affettuoso, era con sua madre, e come contemplativo sembrava in momenti che aveva a se stesso.Rimorso immediatoCome un palestinese che conosce solo la sua terra d'origine attraverso visite brevi, la parte più difficile della mia casa viaggi è in partenza. Questa volta è stato il peggiore. Ho evitato di dire addio a mio zio per tutto il tempo che potevo. Ho fatto scuse, si avvicinò con storie da condividere e di chiedere favori e messo in scena foto di famiglia, ma il dolore impedendo era inevitabile.Non appena mio zio mi ha liberato da ultimo abbraccio ho potuto condividere con lui, mi sono sentito rimorso istante.Perché vado a letto così presto quando la mia famiglia stava avendo i nostri incontri serali? Perché non mi siedo con mio zio di più? Perché non mi dire di più quando ero con lui? Perché non abbiamo prenotare un volo successivo? Ho davvero bisogno di tornare a scuola? Perché non ho prendere un anno in più fuori? Cosa succede se torno a Gaza durante l'estate? Ho capito che il mio viaggio era stato troppo breve e che ho speso troppo in gran parte mangiare e dormire o seduti in attesa per l'elettricità, una connessione Internet, o bagno di acqua a scaldarsi. Alla fine, sono stato grato per l'opportunità bella di conoscere mio zio e sua moglie incredibile e vedere il modo in cui la mia famiglia aveva cambiato con la sua presenza. Ora, non vedo l'ora alla mia prossima opportunità di vedere mio zio.Stranamente, questa esperienza mi ha portato a interrogarsi sul momento in cui incontrerò un altro palestinese, che ho sentito delle storie su tutta la mia vita e hanno un profondo attaccamento alla ma non hanno mai incontrato: la mia città palestinese di Bir al-Saba.Molti rifugiati nella diaspora sono così abituati alla loro vita al di fuori della loro città di origine che non hanno più identificare con le loro ancestrali villaggi e città. Rilascio di mio zio mi ha insegnato che niente è troppo lontano dalla nostra portata. La mia immaginazione non è mai stato abbastanza creativo per mettere insieme una realtà alternativa in cui mio zio Hazem non era più un prigioniero. Anche con la mia disperazione, questo miracolo si è verificato. Quando cerco di immagine Bir al-Saba, vedo immagini di Maghazi Camp, il deserto del Sinai e le foto di beduini che ho visto nei libri e online.Ora, quando Ricordo di aver incontrato mio zio, penso al mio prossimo incontro con Bir al-Saba e imparare la sua storia, strade, edifici, scuole, pozzi e il suo mercato. Penso a memorizzare il suo odore e il suo paesaggio, i colori nei suoi tramonti, come scuro è necessario ottenere prima le prime stelle cominciano ad apparire nel suo cielo, e come lei un caloroso benvenuto a me e gli altri suoi figli allontanati.Anche se il diritto al ritorno sembra inverosimile di così tanti rifugiati, incontro mio zio ha rinvigorito la mia fede in questo diritto. Il suo rilascio è la prova che le vittime dell'ingiustizia non devono mai perdere la speranza perché la storia e l'esperienza hanno dimostrato che tutti i tipi di oppressione finalmente giunta al termine. Come ho detto prima, ho sempre legato il rilascio di mio zio alla libertà della Palestina e per il nostro ritorno alla nostra città natale e, dopo averlo incontrato e sperimentare il miracolo della sua liberazione, credo che questo modo ancora più forte.Fidaa Elaydi è un boicottaggio palestinese, disinvestimento e sanzioni (BDS), attivista e studente di legge. Lei sta visitando Gaza per incontrare suo zio, un prigioniero politico che è stato rilasciato nel 2011 l'affare scambio di prigionieri ottobre tra Israele e Hamas. Lei è una terza generazione di rifugiati che crede fermamente nel diritto di return.inate ", ha detto sua madre, Itidal."Tutto quello che voglio è quello di affrontare il soldato che ha ucciso mia figlia", ha detto il padre di Nariman."Ma spero che un giorno possiamo raggiungere la pace con Israele e la fine della guerra e la morte", dice.La famiglia, il cui boschetto di agrumi e di allevamento di pollame è stata distrutta durante le tre settimane di offensiva, sta lottando per rimanere nel loro luogo di residenza.

Ecco come sono diventato un "terrorista"All’età di 16 anni, varcando le porte d’acciaio delle prigioni militari israeliane, non avrei mai potuto ritornare alla mia vita precedente. L’avamposto di Levinger, la violenza dei suoi coloni, avevano cambiato in modo permanente la mia vita.
*di Abdelrahman Al AhmarLa prima volta che venni attaccato da un colono israeliano avevo 14 anni. Stavo andando a scuola quando un uomo armato, con addosso un copricapo e che se ne stava a fianco di alcuni soldati israeliani, mi strappò lo zaino dalla schiena e lo gettò nel fango.Ciò non avvenne lo scorso mese, né capitò vicino a un nuovo avamposto a Nablus. Questo successe 30 anni fa, sulla strada principale verso Betlemme, vicino al campo profughi di Deheisheh, dove abitavo.Questo colono non era semplicemente una persona disadattata e delusa. Era, appresi più tardi, il padre del progetto religioso d’insediamento – il rabbino Moshe Levinger.In quei giorni, i coloni e i bus della Egged nelle loro vie da e per i nascenti insediamenti nell’area, passavano direttamente attraverso il campo. I loro veicoli erano spesso gli obiettivi del lancio di molte pietre: chi tra noi voleva che israeliani armati utilizzassero le nostre strade?Levinger voleva dimostrare a noi chi era il capo. In un primo momento fermava la sua auto, ci inseguiva e tentava di attaccarci. Urlava ai soldati che presidiavano la strada di arrestare e colpire i bambini. I soldati allora sparavano gas lacrimogeni e giocavano con noi al gatto e al topo nei vicoli del campo.Incoraggiato dal supporto dell’esercito, Levinger e i suoi seguaci ‘pionieri’ entravano nel campo e aprivano il fuoco a caso. Ne conseguivano scontri. I soldati allora accorrevano e arrestavano, mentre Levinger e i suoi amici ritornavano alle loro auto per guidare fino a casa, nei loro insediamenti.La violenza divenne un fatto quotidiano. Questo rappresenta cosa era la vita per me e i miei amici durante quegli anni.

Per Levinger e il suo movimento nazionalista, tutto ciò costituiva un ostacolo ai loro spostamenti da e per Gerusalemme. Per placare questi campioni di Sion, le forze di difesa israeliane alla fine eressero attorno a Deheisheh una recinzione alta 9 metri e sormontata da filo spinato.Le migliaia di residenti del campo ora avevano una singola via di accesso e di uscita, presidiata da soldati, così che sembrava di vivere in una prigione. Un coprifuoco dopo le sette di sera venne imposto per anni.
I coloni avevano vinto: si erano impossessati dell’unica via di accesso a Deheisheh e della parte sud del West Bank, e avevano messo noi arabi in gabbia.Prendendo atto della sua invincibilità, il padre del movimento dei coloni – non una frangia radicale della estrema destra, ma lo stesso Levinger – creò allora un ‘avamposto’, un nuovo insediamento, lungo la strada di fronte il campo.Lo fece con un casa mobile, dove issò una bandiera israeliana, dichiarando questo come il primo insediamento vicino alla tomba di Rachele.Protetto dai soldati delle forze di difesa israeliana, invitava i suoi amici pionieri e dava feste fino a tarda notte, mentre noi rimanevamo sotto il coprifuoco. Come nel caso di Hebron oggigiorno, i soldati mettevano Deheisheh sotto coprifuoco diurno quando l’insediamento veniva visitato da delegazioni di coloni affini alle loro idee.Ogni giorno portava un nuovo incubo – scontri, coprifuochi, gas lacrimogeni, chiusura delle scuole. Le nostre case venivano colpite di notte e vedevamo i nostri amici, le nostre madri e le nostre sorelle attaccate.Con il supporto dell’esercito israeliano, quest’uomo, l’amato rabbino del movimento religioso dei coloni, stava distruggendo le nostre vite. Non vedevamo nessun segnale di fine a tutto ciò, soltanto più israeliani in procinto di spostarsi nei nostri quartieri e rendere le nostre vite un inferno.E così un gruppo di noi ragazzi – in sei, tra i 13 e i 16 anni – si organizzò e combatté nell’unico modo in cui sapeva farlo: con pietre e con poche improvvisate bottiglie riempite di cherosene e uno stoppino fissato all’interno. Le lanciavamo verso l’avamposto e ai soldati che stavano permettendo di distruggerci la nostra infanzia.
Nessuno fu ferito. E a metà di una fredda notte d’inverno, soltanto pochi giorni dopo che c’eravamo organizzati, un poliziotto in borghese dei servizi segreti israeliani, scortato da un grande contingente dell’esercito, rastrellò le nostre case, ci prese tutti quanti per sottoporci a interrogatori e torture e arrestarci.Lea Tsemel, il nostro avvocato israeliano, dichiarò di fronte al giudice militare che “erano solo ragazzi”. Il giudice rispose con una sentenza che ci condannava a tutti e sei dai quattro ai sei anni di prigione per attività terroristiche.
Mia madre svenne in tribunale: il suo figlio primogenito, per il quale lei aveva aspettato per anni, le veniva portato via per sempre. Sì, per sempre, perché a 16 anni, varcando le porte di acciaio delle prigioni israeliane, non sarei mai più potuto ritornare alla mia vita precedente.L’avamposto di Levinger, la sua violenza da colono, cambiarono in modo permanente la mia vita. I miei amici ed io eravamo adesso ”terroristi” e per i successivi 20 anni, saremmo stati presi dalle porte girevoli degli interrogatori israeliani e delle detenzioni amministrative.Alla fine, l’avamposto di Levinger è stato smantellato dall’esercito, che aveva deciso che era troppo difficile da proteggere a causa dei lanci di pietre dei bambini di Deheisheh.Adesso ho 44 anni – come gli anni dell’occupazione israeliana – sono sposato e ho 4 figli. Sto finendo il mio tirocinio così che potrò diventare avvocato. Ed ancora le azioni dei pionieri di Levinger – non di una frangia particolare, ma atti del movimento tradizionale dei coloni – mi spaventano.
Ovunque io possa muovermi, ci sono delle restrizioni e il mio nome è ancora “nel computer”. Sono una minaccia alla sicurezza se voglio assistere alla nascita di mio figlio all’ospedale di Gerusalemme, e mi viene rifiutato il visto per poter andar a far visita alla mia anziana suocera a New York, perché, secondo le autorità statunitensi, "potenzialmente potrei intraprendere azioni terroristiche”.Mi sarei dovuto comportare in modo differente all’epoca? Suppongo che se un colono israeliano dovesse strapparmi lo zaino dalla schiena e buttarlo per terra oggi, probabilmente scriverei un reclamo.La violenza da entrambe le parti è una parte importante del problema, non la soluzione. Il progetto degli insediamenti, nella sua stessa essenza e non in una delle sue frange, era e rimane marcio e intrinsecamente violento.
Noi palestinesi abbiamo lottato a lungo per interrompere questo progetto, che viola i più elementari diritti del diritto internazionale, e per questo siamo stati etichettati come terroristi.Oggi la società israeliana potrebbe pagare il prezzo a livello esistenziale del progetto degli insediamenti, ma noi palestinesi lo abbiamo pagato con i nostri corpi, le nostre vite e il nostro futuro.*Abdelrahman Al Ahmar proviene dal campo profughi di Deheisheh. Oggi è il vice sindaco eletto del comune di Doha, vicino a Betlemme e Deheisheh.
  Traduzione a cura di Domenico Tucci – AssoPace-Palestina

 la famiglia MattarGaza –  12 - 1 - 2012

Sarebbe bello se qualcuno mi portasse nel deserto e mi lasciasse lì, così non dovrei vedere nessuno”.
Intorno alle 9:30 del 7 gennaio 2009, le Forze israeliane colpirono la moschea di at-Taqwa, nel quartiere Sheikh Radwan di Gaza. La moschea si trovava a 150 metri dall’abitazione di Mahmoud Mattar, allora quattordicenne. Corso sulla scena dell’attacco, egli era lì quando due successivi bombardamenti colpirono l’area, uccidendo due quindicenni, uno dei quali suo amico di scuola. Mahmoud, scaraventato dalla forza d’urto, privo di coscienza, riportò serie ustioni e ferite da schegge, rimanendo completamente cieco.
Mahmoud parla dei cambiamenti che la sua vita ha subito in seguito agli attacchi: “Ero solito andare al mare per conto mio, ero indipendente. Ora ho bisogno che qualcuno mi accompagni ovunque. Esco forse una volta ogni due o tre mesi, passo quasi sempre le giornate in casa”. Le ferite riportate, e la consapevolezza della loro gravità, gli impediscono di uscire e di stare tra la gente. “Non voglio uscire e sentire i commenti dei bambini. Ogni volta che esco, cerco di coprirmi il viso con i vestiti e indosso degli occhiali scuri, che ieri si sono rotti”, continua Mahmoud.
L’isolamento gli ha fatto sviluppare una visione tetra della vita: “Sarebbe bello se qualcuno mi portasse nel deserto e mi lasciasse lì, così non dovrei vedere nessuno”.
Le ferite emotive e fisiche del 7 gennaio 2009 hanno lasciato il segno. Le conseguenze del trapianto di materia ossea subito al naso lo portano a tenere la testa abbassata sul petto e a interrompersi spesso per prendere il respiro. Mahmoud dice di non sentirsi più il giovane che tre anni fa, nonostante le ferite, parlava con ottimismo del proprio futuro. “Quando mi trovavo in Egitto per cure mediche, e quando poi tornai a Gaza, tutto era tranquillo e le persone mi aiutavano. Ma le cose sono cambiate: le persone ora litigano e fanno confusione, i cambiamenti sono fuori dalle mie possibilità di controllo”.
Mahmoud è ansioso e irascibile: “Dopo gli attacchi sono diventato molto nervoso. Se qualcuno scherza con me, cerco di scagliargli addosso ciò che mi trovo tra le mani”, racconta. Per la rabbia che esprime è stato sospeso dalla scuola per un anno. “A causa delle mie reazioni impetuose agli incidenti, ho problemi a scuola sia con gli insegnanti che con gli altri studenti”.
Mahmoud ha poi dovuto adattarsi alla nuova situazione imparando il sistema braille, che ha richiesto un anno di apprendimento. Al momento degli attacchi, tre anni fa, Mahmoud frequentava la nona classe: oggi frequenta la decima.
L’ansia di cui soffre complica la vita della sua famiglia e dei suoi fratelli, oltre che la propria vita scolastica. “Mahmoud è un bravo ragazzo”, dice suo padre Hani, “ma può essere problematico e violento con me. Io però lo capisco, sono molto paziente con lui”. Sua madre, Randa, 38 anni, aggiunge: “Può essere molto distruttivo, esprimendo la propria rabbia in casa anche prendendosela con suo fratellino”.
Parlando del futuro, Mahmoud dice: “Prima degli attacchi praticavo molto sport e desideravo diventare insegnante di educazione fisica, o aprire un centro sportivo. Tutte queste speranze sono state distrutte. Il mio unico desiderio, ora, è di lasciare la scuola e concentrarmi sulla religione e sul Corano”.
Mahmoud spera di sottoporsi a un intervento chirurgico che gli consenta di respirare senza difficoltà, e di poter ottenere un intervento di plastica ricostruttiva, che, dice, gli è stato promesso da diverse organizzazioni di beneficenza. Promesse ad oggi non mantenute. “Se mi potessi sottoporre all’intervento mi sentirei più a mio agio tra la gente”.
Come ogni giovane, egli sogna anche di sposarsi. Ma secondo la sua famiglia, la casa in cui vivono non è sufficientemente spaziosa per ospitare un’altra giovane famiglia. Mahmoud è sprezzante circa la prospettiva di giustizia davanti al tribunale israeliano. “Non mi aspetto che il caso possa avere successo. Gli israeliani sono dei bugiardi, attaccano i bambini, a loro non interessa chi colpiscono”.
Il Pchr presentò denuncia penale nei confronti delle autorità israeliane, per conto di Mahmoud Mattar, il 30 dicembre 2009. Ad oggi, nessuna risposta è stata ricevuta. Wafa al-Radea -12/1/2012 - Gaza –  10 gennaio 2009: Wafa al-Radea“Quando lasciai i miei bambini camminavo e i miei figli non avevano visto le mie ferite. Il momento più difficile fu quando tornai con una gamba sola e molte lesioni. Ero una Wafa diversa. Al ritorno avrei dovuto essere felice, e la gente avrebbe dovuto essere felice di vedermi, ma tutti piangevano”.


Il 10 gennaio 2009, intorno alle 16:30, Wafa al-Radea (39 anni) e sua sorella Ghada (32) furono prese di mira da due missili radioguidati mentre camminavano su Haboub Street, una delle strade principali di Beit Lahiya. Le sorelle camminavano durante l’ora di coprifuoco annunciata dagli israeliani, e si dirigevano verso una vicina clinica perché Wafa sentiva che avrebbe presto partorito il suo bambino. Entrambe le donne rimasero gravemente ferite nell’attacco.
“Quando la gente arrivò per aiutarci li sentivo parlare ma non riuscivo a rispondere. Dicevano che ero morta”, ricorda Wafa.
Mentre Ghada veniva portata all’ospedale con gravi ferite alle gambe, la gente aveva coperto Wafa pensando che fosse morta. Alla fine un’ambulanza la portò all’ospedale, dove i dottori eseguirono un taglio cesareo nel tentativo di salvare il bambino. Solo durante l’intervento chirurgico i dottori si resero conto che Wafa era ancora viva. Mentre suo figlio, Iyad, nasceva, i dottori amputarono la gamba destra di Wafa e cercarono di curarle le altre ferite. Il 12 gennaio entrambe le sorelle furono trasferite in un ospedale egiziano per ricevere ulteriori cure mediche. Wafa fu sottoposta a una serie di operazioni fino alla fine di aprile e poi fece 3 mesi di riabilitazione. Wafa e Ghada tornarono a Gaza il 29 e il 27 giugno 2009.
Wafa ricorda vividamente i mesi passati in Egitto. “Il mio ricordo più chiaro di quel periodo è il dolore insopportabile causato dal ricambio delle fasciature. Le infermiere impiegavano dalle 5 alle 6 ore ogni volta. Fui sottoposta a molti interventi chirurgici. Dopo un’operazione di trapianto di pelle dalla mia cosca sinistra ad una parte inferiore della gamba, le infermiere rimossero per errore le cellule trapiantate mentre pulivano la ferita. Dovetti sottopormi di nuovo allo stesso intervento, questa volta prendendo la pelle dalle braccia. Urlavo dal dolore. Mio fratello Walid (25) svenne e perdeva sangue dal naso. Non poteva sopportare quello che mi stava accadendo. Ero molto arrabbiata con tutti dopo l’operazione”. Walid, il fratello di Wafa, rimase con lei per tutto il periodo trascorso in Egitto. Wafa non vide nessun altro parente da Gaza. “Era molto difficile per loro farmi visita perché viaggiare in Egitto è costoso e dovevano prendersi cura dei bambini”, dice.
Wafa è madre di 8 figli: Ehab (20), Lina (19), Hani (17), Shourouq (15), Mo’taz (13), Saher (12), Jehad (9) e Iyad (3). Durante il tempo passato in Egitto, Wafa aveva un contatto limitato con i suoi figli. Afferma che “nei primi tre mesi non potevo parlare al telefono con i miei ragazzi. Mi rifiutavo. Non riuscivo a parlare. Mi hanno aspettato per 6 mesi. Erano ansiosi di sapere cosa mi era successo”.
“Quando ho lasciato i miei bambini camminavo e i miei figli non avevano visto le mie ferite. Il momento più difficile è stato quando sono tornata con una gamba sola e piena di lesioni. Ero una Wafa diversa. Quando sono tornata avrei dovuto essere felice, e la gente avrebbe dovuto essere felice di vedermi, ma tutti piangevano”, ricorda Wafa. “Ho notato che i miei figli osservavano ogni mio singolo movimento, Jehad continuava a seguirmi con lo sguardo, osservando in che modo andavo in salotto, in che modo mi sedevo. Rifiutava di uscire a giocare con gli altri bambini. Voleva solo stare a casa con me. Ero molto colpita dalla situazione dei miei figli. Sono sempre pronti ad aiutarmi in qualsiasi momento provi a muovermi o a fare qualcosa”.
Le figlie maggiori di Wafa, Lina (19) e Shourouq (16) si erano prese cura di Iyad mentre la loro madre era in ospedale in Egitto. “Una di loro andava a scuola di mattina lasciando Iyad con la sorella. Nel pomeriggio facevano il contrario”. Continua: “Quando tornai a casa, portarono Iyad e me lo posarono in grembo. Era biondo e bellissimo e pensavo fosse un nipote. Non immaginavo fosse mio figlio. Chiesi loro di Iyad e mi risposero che l’avevo in braccio”.
Wafa ricava molta forza dall’avere i suoi figli intorno a sé. “Sono molto grata e felice di avere i miei figli. Mi aiutano in tutto e mi tengono alto il morale. Anche quando sono triste, sorrido se i miei figli vengono da me. Voglio che sentano che sono felice perché sono con loro”.
Wafa trova difficile accettare aiuto da loro: “Sono sempre stata io ad aiutarli. Prima andavo a scuola a controllare i bambini e camminavo fino al mercato per fare la spesa. Ora se voglio uscire devo usare la macchina. E se voglio muovermi dentro casa devo usare una sedia a rotelle. Uso anche le stampelle e se Iyad vuole prendermi la mano non posso dargliela perché ho paura di cadere. Mi servono le mani per tenere le stampelle”.
Wafa ha fatto un anno di fisioterapia a Gaza, per la schiena, il bacino e la gamba sinistra. Nonostante numerosi tentativi, fino ad ora non ha la protesi alla gamba. Si sta ancora sottoponendo a un trattamento alla gamba sinistra. “Sta migliorando, ma vado ancora all’ospedale di tanto in tanto, ad esempio quando ho delle infiammazioni. Un mese fa sono stata all’ospedale per 6 giorni. In inverno le ferite mi fanno più male e sento dolore al bacino, alla schiena, all’addome e alle gambe”.
Nonostante debba costantemente affrontare il passato, Wafa cerca di concentrarsi sul futuro. “Spero che i nostri figli non debbano attraversare esperienze simili quando saranno grandi. Spero che le loro vite siano migliori. Ma i miei figli continuano a chiedermi ‘ci sarà un’altra guerra, ritorneranno e ci uccideranno tutti?’ Hanno paura e vedo come la guerra ha avuto un impatto negativo su di loro”, afferma.
Wafa prova molta frustrazione per come il crimine contro lei e sua sorella abbia causato così tanta sofferenza e tuttavia rimanga impunito. “Sono passati 3 anni da quando loro [Israele] ci hanno attaccato e ancora non ci sono risposte. Ho parlato della mia storia con molte persone di organizzazioni per i diritti umani e qual è il risultato? Non c’è il benché minimo risultato né azione”.
Il PCHR presentò una denuncia criminale contro le autorità israeliane da parte di Wafa al-Radea il 7 ottobre 2009. Ad oggi, non è stata ricevuta alcuna risposta.

 la famiglia al-AshqarGaza - gennaio 2009 

“Madleen si rifiuta di dormire da sola; vuole solo dormire nella stanza dei suoi genitori – racconta Nujoud -, ha paura di stare del tutto da sola. L’altro giorno eravamo in giardino e le ho chiesto di andare in camera da letto a prendere qualcosa. Si è rifiutata di andarci senza di me”.
Il 17 gennaio 2009, alle 05:30 circa, l’area che circondava la scuola dell’UNRWA a Beit Lahiya fu attaccata dalle forze israeliane, che utilizzarono sia esplosivo ad alto potenziale sia fosforo bianco. Il fosforo bianco è una sostanza chimica incendiaria che brucia al solo contatto con l’ossigeno e il suo uso in aree popolate da civili viola il principio di distinzione e il divieto di attacchi indiscriminati.
Nujoud al-Ashqar, insieme ad altre 1.600 persone circa, si era rifugiata nella scuola al momento dell’attacco. Nujoud subì gravi ferite alla testa a causa dei bombardamenti e perse anche la mano destra. Due dei suoi figli, Bilal di 6 anni e Mohammed di quattro, furono uccisi durante l’attacco.
Quando il Pchr parlò per la prima volta, tre anni fa, con Nujoud, in seguito all’attacco, la sua vita era diventata molto difficile, in particolare il suo rapporto con il marito Mohammed. “Inizialmente mio marito mi accusava della morte dei ragazzi. Mi minacciava ogni giorno dicendo che si sarebbe risposato – afferma Nujoud -, ma le cose migliorarono tra di noi quando nacque nostra figlia Haneen. Lui la ama profondamente e lei lo adora”.
La figlia di Nujoud, Haneen, di 1 anno, è stata sia una benedizione che una forte sfida per Nujoud che, pur essendo estremamente grata di essere stata in grado di dare alla luce un altro figlio dopo la perdita di Muhammed e Bilal, si trova ad affrontare con difficoltà estreme la sua cura personale, quella della casa e dei suoi figli, a causa della perdita della mano e di altre complicazioni mediche successive all’attacco. “Mi sento particolarmente frustrata quando cerco di prendermi cura di Haneen e, invece, ho bisogno ogni volta dell’aiuto di mia figlia Madleen. Mi sento sempre triste per lei perché sacrifica tanta parte della sua istruzione dedicandosi alla cura della casa e della sorella. Ma ho bisogno che lei lo faccia. I suoi voti a scuola ne hanno risentito. E il tutto è aggravato dal fatto che, da dopo l’attacco, non ho più la pazienza di aiutarla a fare i compiti”.
Madleen stessa era nella scuola dell’Unrwa al momento dell’attacco e si trova in difficoltà sia con il ricordo di quel giorno che con la perdita di Bilal e Mohammed. “Madleen si rifiuta di dormire da sola, lei riesce a dormire solo nella camera dei suoi genitori”, spiega Nujoud. “Ha paura di stare del tutto da sola. L’altro giorno eravamo in giardino e le ho chiesto di andare in camera da letto per prendere qualcosa. Si è rifiutata di andarci senza di me”.
Nujoud condivide la paura di Madleen del passato e l’apprensione per il futuro. “A volte quando circolano voci su una nuova guerra o sulle incursioni israeliane, Madleen inizia a chiedermi spiegazioni a proposito e torna a parlare dell’incidente. Ma non posso proprio sopportare di parlare con lei di quello che è successo e quindi le chiedo di non farlo”.
Il ricordo dell’attacco è ancora così toccante per Nujoud che non ne parla con nessuno: “A volte mi vengono a chiedere di raccontare di quella notte, ma io non ne parlo. Se lo facessi, passerei il resto della giornata e tutta la notte con questo pensiero fisso in testa”.
A parte la perdita di una mano, Nujoud soffre di molte altre ferite alla testa. Quando il Pchr parlò con lei, tre anni fa, lei si teneva coperta la testa con una sciarpa ovunque andasse, anche all’interno della casa, dal momento che aveva perso tutti i capelli per le gravi ustioni. “Ora la maggior parte dei miei capelli è cresciuta di nuovo”, dice Nujoud, “tranne che per piccole macchie dovute alle cicatrici, ma ancora, mentre Madleen pettina i miei capelli, io mi sento in uno stato di agonia”.
La perdita di Bilal e Mohammed è particolarmente dolorosa per Nujoud: “Non potrò mai dimenticare i miei figli. Se anche rimanessi in vita per 200mila anni, non li dimenticherei mai”.
Bilal e Mohammed sono sempre stati un saldo pilastro per la stabilità e il sostegno nella vita di Nujoud. “Quando mi arrabbiavo con mio marito, volevo scappare di casa e tornare dalla mia famiglia. Ma Bilal e Muhammed mi facevano calmare e mi convincevano a restare. Ora, quando io e mio marito discutiamo, mi basta andare nella mia stanza e pensare a loro”. Anche per il marito di Nujoud, Muhammed, che è sordomuto, la perdita di Bilal è stata devastante, perché lo aiutava a comunicare con gli altri fuori casa.
Con un altro bambino in arrivo, Nujoud è fiduciosa per la sua salute e per un altro bimbo, in futuro, che lei immagina di chiamare Bilal. “Io e mio marito abbiamo aspettato Bilal, lui è stato tanto caro e amato… spero di avere un figlio in modo che possa portare lui questo nome dopo il suo fratello”.
Il Pchr presentò una denuncia penale alle autorità israeliane per conto della famiglia Al-Ashqar il 18 maggio 2012. Ad oggi, tuttavia, e nonostante le ripetute richieste, nessuna ulteriore informazione è stata comunicata al Centro per quanto riguarda lo stato dell’indagine.
La storia di Majeda, a Bourj el-Barajneh lontano da - See more at: http://nena-news.it/la-storia-di-majeda-a-bourj-el-barajneh-lontano-da-gaza/#sthash.kE5XXeO9.JwxDvqev.dpuf Nella vicenda di Majeda c’è anche la storia di questo campo profughi situato nella periferia sud di Beirut e che accoglie ufficialmente 28.000 palestinesi. Ma negli anni curdi, siriani, iracheni e libanesi poveri vi hanno trovato accoglienza, facendone uno dei più sovraffollati. - See more at: http://nena-news.it/la-storia-di-majeda-a-bourj-el-barajneh-lontano-da-gaza/#sthash.kE5XXeO9.JwxDvqev.dpuf
di Federica Iezzi Beirut, 13 novembre 2014, Nena News – Majeda ha le mani segnate dai duri inverni nei campi profughi. Scure, screpolate, rugose. Le ferite si aprono quando le piega. Sanguinano e quel sangue racchiude rabbia e impotenza. E’ stata trascinata violentemente e irragionevolmente nella periferia sud di Beirut, nel campo di Bourj el-Barajneh, quando era incinta del suo quarto figlio, Mohamad. Prima viveva con i suoi bambini e con un marito spesso assente per lavoro, a Beit Lahia, nella Striscia di Gaza. La sua Gaza mi dice che è una terra insanguinata ma bella, solare, viva. E’ la stessa terra dove suo padre ha lavorato, dove ha costruito una casa, dove ha sposato la donna che amava e dove ha cresciuto i suoi nove figli. L’hanno buttata fuori di casa. Era al settimo mese di gravidanza, con tre figli piccoli che piangevano perchè avevano fame. Ha sanguinato e nessun medico l’ha visitata. Ha partorito a Beirut, nel gelo di un campo profughi, non ancora pronto per accogliere centinaia di persone. E’ lei che si è accorta che il suo bambino non stava bene. Quando piageva la sua pelle dal colore dell’olivo diventava scura. Mohamed non rispondeva più alle canzoni che cantava Majeda. Non beveva il latte ed era sempre freddo. Era piccolo e non cresceva. Rimaneva accovacciato per terra per tutto il giorno. Majeda ricorda che centinaia di migliaia di rifugiati palestinesi della Nakba (1948) risiedono in Libano per di più nei campi, senza diritti politici, economici e sociali. Le strutture, costruite come rifugi temporanei, si sono deteriorate, quasi interamente, nel corso dei decenni: tubi che perdono acqua, nessun sistema di trattamento delle acque reflue, nessuna connessione elettrica. Immondizia e scarichi saturano l’aria. Ci sono poche aree aperte, nei campi profughi, per parchi giochi, così i bambini giocano per le strade, nei vicoli bui, tra fogne a cielo aperto, canali di scolo e edifici danneggiati. Per certi versi è una piccola città. Nelle tende e nelle case di Bourj el-Barajneh non entra il sole. Majeda ha nutrito la sua famiglia con meno di 6 dollari al giorno. Solo sopravvivenza. Ha lavorato umilmente come cameriera e cuoca, in un mercato del lavoro fortemente discriminato, racconta. Il pane e il latte era tutto quello che poteva permettersi. Durante le piogge perpetue la sua tenda, insieme a quella di altre 28.000 persone, si riempiva di acqua e fango. Il freddo le entrava nelle ossa e nelle vene. E come a Bourj el-Barajneh, altri palestinesi, magari vecchi vicini di casa di Majeda, sopportavano la stessa fatalità nei campi di Beddawi, Nahr el-Bared, Ein el-Helweh, Dbayeh, Rashidieh, Mar Elias, Wavel, Shatila, Burj Shemali, El Buss, Mieh Mieh. Majeda ha scoperto che Mohamed aveva una cardiopatia congenita, gli ha dato sempre le medicine e per comprarle ha rinunciato spesso al suo pasto. Quando Mohamed compì sei anni ha lottato per mandarlo a scuola. Mi dice che i palestinesi non possono accedere al sistema scolastico pubblico in Libano. E così tutte le mattine lo accompagnava alla scuola dell’UNRWA. La sua classe era composta da 64 bambini. - See more at: http://nena-news.it/la-storia-di-majeda-a-bourj-el-barajneh-lontano-da-gaza/#sthash.Pja27jIk.dpuf
I bambini rifugiati sono costretti a trovare presto un lavoro, abbandonando le scuole, per portare qualche soldo in più in famiglia. Ma per Mohamed era tutto diverso. Majeda dopo 13 anni, privandosi di ogni privilegio, ha portato suo figlio in ospedale per far guarire il suo cuore. Ci racconta come funziona la sanità nei campi rifugiati palestinesi in Libano: un medico vede in media 117 pazienti al giorno. Non tutti i servizi medici sono forniti in ogni campo. Così i rifugiati possono aver bisogno di visitare un altro campo per analisi, ecografie e radiografie. Ed è quello che è successo a loro, rimbalzati da un campo all’altro, da un ambulatorio all’altro, tra mille scartoffie e parole incomprensibili. Fino al 1990, quando è finita la guerra civile libanese, il campo di Bourj el-Barajneh è stato centro di duri combattimenti e gli edifici ancora oggi portano cicatrici di pallottole e bombardamenti. Il campo è imballato in una baraccopoli di circa un chilometro quadrato, con cavi elettrici aggrovigliati che scendono disordinatamente dai tetti dei vecchi fabbricati. Alcuni vicoli restano perennemente al buio. Oggi Majeda e Mohamed vivono in uno di quei vicoli. In un labirinto di stretti viottoli hanno reinventato la loro vita, lontano dal mare della Striscia di Gaza. Nena News - See more at: http://nena-news.it/la-storia-di-majeda-a-bourj-el-barajneh-lontano-da-gaza/#sthash.Pja27jIk.dpuf

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