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giovedì 31 luglio 2014

Per Israele Criminale

Qualunque cosa tu faccia 
Qualunque cosa tu dica 
Qualunque cosa tu usi 
La Palestina è la nostra terra 
Gaza non potrà mai essere sconfitta 
I rifugiati torneranno indietro 
Noi sorrideremo 
Ricostruiremo di nuovo il nostro Stato. 
Il cielo è nostro 
La terra è nostra 
L'aria è nostra 
Il sole è nostro 
L'olivo è nostro 
La storia è nostra 
Il futuro è nostro 
e tu ... TU SEI NIENTE!-

sabato 26 luglio 2014

“Lettera da Gaza” di Ghassan Kanafani

Questo è un breve, struggente e significativo racconto dello scrittore palestinese Ghassan Kanafani (1936 – 1972) 


Caro Mustafa,
ho ricevuto la tua lettera, nella quale mi dici di aver fatto tutto il necessario per consentirmi di stare con te a Sacramento. 
Mi hanno comunicato di essere stato accettato al dipartimento di Ingegneria civile nell’Università della California. Devo ringraziarti per ogni cosa, amico mio. Ma quello che sto per rivelarti ti sorprenderà piuttosto inaspettatamente: non ho dubbi in proposito; non mi sento di esitare affatto; ne sono così convinto che non ho mai visto chiaramente le cose come le vedo adesso. No, amico mio, ho cambiato idea. Non ti seguirò “nella terra dove c’è vegetazione, acqua e facce attraenti”, come hai scritto. 
No, sto qui, non partirò più.
Sono veramente turbato che le nostre vite non continuino a seguire lo stesso corso. Quasi mi sembra di sentirti, mentre mi ricordi della nostra promessa di andare avanti insieme, e il modo in cui eravamo soliti gridare “diventeremo ricchi”. Ma non c’è niente che possa fare, amico mio. Sì, ancora ricordo il giorno in cui stavo nella hall dell’aeroporto del Cairo, stringendo la tua mano e fissando il motore ronzante dell’aereo. In quel momento ogni cosa ruotava in sincronia con l’assordante rumore del motore, e tu mi stavi di fronte, la tua faccia rotonda silenziosa.
La tua faccia non era cambiata, era la solita di quando crescevi a Shajia, nel quartiere di Gaza, a parte quelle lievi rughe. Siamo cresciuti insieme, in piena sintonia, e insieme ci siamo promessi di andare avanti sino alla fine. Ma…
“Manca un quarto d’ora prima che l’aereo parta. Non fissare il vuoto così. Ascolta! Andrai in Kuwait il prossimo anno, e metterai da parte abbastanza dal tuo salario per sradicarti da Gaza e trapiantarti in California. Abbiamo iniziato insieme e insieme dobbiamo andare avanti…”
In quel momento guardavo le tue labbra muoversi rapidamente. Che poi era il tuo solito modo di parlare, senza virgole o punti. Ma per qualche oscura ragione, sentivo che non eri completamente felice di andartene. Non riuscivi a fartene una ragione. Anche io ho sofferto questo strazio, ma la
cosa sicura era: perché non abbandoniamo questa Gaza e fuggiamo? Perché non fuggiamo?
Comunque, la tua situazione iniziò a migliorare. Il Ministero dell’Educazione del Kuwait ti diede un incarico, mentre a me non lo diede. Mi mandasti un po’ di denaro, perché ero immerso nella miseria e nella depressione. Ma volevi che considerassi quei denari in prestit, perché avevi paura che fosse una mancanza di riguardo nei miei confronti. Conoscevi nei dettagli le condizioni finanziarie della mia famiglia; sapevi che il misero salario della scuola dell’UNRWA era inadeguato a sostenere mia madre, la vedova di mio fratello e i suoi quattro figli.
“Ascolta attentamente. Scrivimi ogni giorno… ogni ora… ogni minuto! L’aereo sta partendo.
Addio! O piuttosto, al prossimo incontro!”
Le tue labbra fredde sfiorarono la mia guancia, allontanasti la faccia e voltasti lo sguardo verso l’aereo, e quando mi guardasti di nuovo potei vedere le tue lacrime.
In seguito il Ministero dell’Educazione del Kuwait mi fece il contratto. Non è necessario ripeterti nei dettagli come andò da quelle parti la mia vita. Ti ho sempre scritto ogni cosa. La mia vita da quelle parti era collosa, e vacua, come se fossi stato una piccola ostrica. Ero smarrito in un opprimente isolamento, a combattere lentamente con un futuro buio come il calar delle tenebre, impigliato in una disgustosa routine, era una lotta inarrestabile contro il tempo. Ogni cosa era opprimente e disgustosa, sfuggiva dalla vita, e c’era una voglia matta di arrivare alla fine del mese.
A metà anno, di quell’anno, gli ebrei bombardarono il distretto centrale di Sabha e attaccarono Gaza, la nostra Gaza, con bombe e lancia fiamme. Quell’avvenimento avrebbe potuto produrre dei cambiamenti nella mia vita abitudinaria, ma non c’era niente per me di così interessante; stavo
lasciando dietro di me questa Gaza per andare in California, dove avrei vissuto la mia vita, tutta la vita per me stesso, la vita che avevo sofferto così tanto. Odiavo Gaza e i suoi abitanti. Ogni cosa nella città mutilata mi ricordava quadri grigi abbandonati, dipinti da un pittore malato.
Sì, avrei mandato a mia madre, alla vedova di mio fratello e ai suoi figli un po’ di denari per aiutarli a vivere, ma avrei anche liberato me stesso da questo ultimo legame, lì, nella verde California, lontano dal fetore di sconfitta che per sette anni ha riempito le mie narici. L’affetto che mi legava ai bambini di mio fratello, alla loro madre e a mia madre, non sarebbe mai stato abbastanza da giustificare la mia tragedia, il mio salto all’ingiù. E questo non doveva trascinarmi più a fondo più di quello che aveva già fatto. Dovevo fuggire!
Conosci questi sentimenti, Mustafa, perché ci sei passato anche tu. Che cosa è questo mal definito legame che noi abbiamo con Gaza, che smorza il nostro entusiasmo per volare? Perché non abbiamo analizzato la faccenda in modo da darle un chiaro significato? Perché non abbiamo lasciato
questa sconfitta con i suoi feriti dietro di noi e ci siamo mossi verso un futuro più luminoso che ci avrebbe dato una più profonda consolazione? Perché? Non lo sapevamo esattamente.
Quando andai in vacanza a giugno, e misi insieme i miei averi, avevo voglia di una dolce partenza, l’inizio verso quelle piccole cose che danno alla vita un piacevole, luminoso significato. Trovai Gaza proprio come la conoscevo: chiusa come fosse un involucro interno, attorcigliato su se stesso,
del guscio corroso di una lumaca scaraventata dalle onde sulla collosa, sabbiosa spiaggia vicino al mattatoio.
Questa Gaza, più stretta del respiro di uno che sogna un incubo terribile, con l’odore particolare dei suoi stretti vicoli, l’odore della povertà e della sconfitta, e le case con i protuberanti balconi… questa Gaza!
Ma quali sono gli oscuri motivi che attirano un uomo verso la sua famiglia, la sua casa, le sue memorie, come una sorgente attira un piccolo gregge di capre montanare? Non lo so. Tutto quello che so è che andai da mia madre, a casa nostra, quella mattina. Quando arrivai, incontrai la moglie del mio defunto fratello che mi chiese, piangendo, di far visita a Nadia quella sera, la figlia ferita ricoverata in ospedale, secondo il suo desiderio. Conosci Nadia, la bella figlia tredicenne di mio fratello?
Quella sera comprai un po’ di mele e mi preparai a fare visita a Nadia in ospedale. Sapevo che c’era qualcosa che mia madre e mia cognata mi stavano nascondendo, qualcosa che le loro labbra non potevano pronunciare, qualcosa di strano che non potevo cogliere. Volevo bene a Nadia con naturalezza, la stessa naturalezza che mi faceva voler bene a tutta quella generazione che era stata allevata sulle sconfitte e sulla rimozione, pensando che una vita felice fosse un genere di devianza
sociale.
Cosa successe al momento? Non lo so. Entrai con calma nella stanza bianca. I bambini malati avevano qualcosa della santità; la malattia del bambino sembrava il risultato di ferite dolorose, crudeli. Nadia era sdraiata , con la schiena appoggiata su un grande cuscino, sul quale si spargevano i suoi capelli in una folta chioma. C’era un profondo silenzio che veniva dai suoi occhi spalancati, e una lacrima brillava nell’intensità delle sue pupille nere. Il suo viso era imperturbabile ma eloquente, come può essere la faccia di un profeta torturato. Nadia era ancora una bambina, ma sembrava più che una bambina, molto di più, e più grande di una bambina, molto più grande.
“Nadia!”
Non avevo idea se fossi stato io a parlare, o se ci fosse qualcun altro dietro di me. Ma lei sollevò gli occhi verso di me e sentii che questi si dissolvevano come una zolletta di zucchero caduta dentro
una tazza di tè caldo.
Assieme al delicato sorriso sentii la sua voce. “Zio! Vieni dal Kuwait?”
La voce le si ruppe in gola; si alzò da sola con l’aiuto delle mani tendendo il collo verso di me. Le accarezzai le spalle e le sedei vicino.
“Nadia! Ti ho portato dei regali dal Kuwait, diversi regali. Aspetto che lasci l'ospedale, completamente guarita e quando tornerai a casa, te li darò. Ti ho comprato i pantaloni rossi che mi hai chiesto nella lettera. Sì, li ho comprati.”
Era una bugia, generata dalla tensione della situazione, ma come la pronunciai sentii che stavo dicendo per la prima volta la verità. Nadia tremò come se le avessero fatto l’elettro shock, e abbassò la testa in un terribile silenzio. Sentivo le sue lacrime bagnare il dorso della mia mano.
“Dimmi qualcosa, Nadia! Non vuoi i pantaloni rossi?” Sollevò lo sguardo verso di me e fece come parlare, ma poi si fermò, strinse i denti e sentii ancora la sua voce, come se venisse da lontano.
“Zio!”
Tese le mani, sollevò il bianco lenzuolo con le sue dita e indicò la sua gamba, amputata dalla coscia.
Amico mio… Non potrò mai dimenticare la gamba di Nadia, amputata dalla coscia. No! Non dimenticherò mai il dolore che modellò il suo viso e si fuse per sempre nei suoi tratti. Quel giorno uscii dall’ospedale di Gaza con la mano che stringeva, in silenzioso scherno, le monete che avevo
portato per Nadia. Il sole cocente riempiva le strade con il colore del sangue.
E Gaza era come marchiata a nuovo, Mustafa! Non abbiamo mai visto niente di simile, io e te. Le pietre accatastate all’ingresso del quartiere di Shajia, dove vivevamo, avevano assunto un significato, e sembrava che fossero state messe lì per spiegare qualcosa e non già per altre ragioni. Questa Gaza dove abbiamo vissuto e la gente con la quale abbiamo passato sette anni di disfatte, era qualcosa di nuovo. Mi sembrava giusto un inizio. Non so perché ho pensato che fosse proprio un inizio. Ho immaginato che la strada principale che ho percorso rientrando a casa, fosse solo l’inizio di una lunga, lunga strada che porta a Safad. Ogni cosa in questa Gaza emanava tristezza, non confinata al pianto.
Era una sfida: di più, era qualcosa come la restituzione di una gamba amputata.
Andai fuori per le strade di Gaza, strade piene di luce accecante. Mi dissero che Nadia aveva perso la sua gamba mentre si lanciava sui fratellini e sorelline per proteggerli dalle bombe e dalle fiamme
che avevano avviluppato la casa. Nadia poteva salvarsi, poteva scappare, salvare la sua gamba. Ma non lo fece.
Perché?

No, amico mio, non andrò a Sacramento, e non me ne rammarico. No, e neppure finirò quello che abbiamo iniziato insieme nella nostra infanzia. Questo oscuro sentimento che hai avuto quando hai lasciato Gaza, questo piccolo sentimento deve crescere dentro di te come un gigante. Deve
espandersi, e devi cercarlo per trovare te stesso, qui tra le brutte macerie della sconfitta.
Non verrò da te. Ma tu, tu torna da noi! Rientra, per imparare dalla gamba amputata di Nadia, amputata dalla coscia, che cosa è la vita e cosa il valore dell’esistenza.
Rientra, amico mio! Siamo tutti quanti qui ad aspettarti.
(fonte: http://editoriaraba.wordpress.com/ )
tratto dal libro : 

Noi israeliani con le mani piene di sangue

Lettera aperta scritta da...

142 cittadini israeliani | 19 luglio 2014

La carneficina che sta facendo a pezzi la gente di Gaza non fa parte di una guerra convenzionale. Uno degli eserciti più potenti del mondo s’è scagliato con tutta la sua ferocia contro persone lasciate sole dai governi “amici”, pronti semmai a chiudere loro, come sempre, ogni valico o via di fuga. Quel che accade in questi giorni a Gaza fa parte però di una guerra più grande, quella di tutti gli Stati e di tutti gli eserciti contro tutti i popoli. Sì, perfino contro quello che vive in Israele. Ce lo ricorda una splendida quanto emozionante lettera scritta da 142 cittadini israeliani capaci di vedere e capire l’orrore che provocano l’occupazione e la volontà di chi esercita il potere politico e militare nel loro paese. “Viviamo qui da troppo tempo perché si possa dire che non sapevamo, che non abbiamo capito prima o che non siamo stati in grado di prevederlo”. Quei cittadini scrivono alla famiglia di Mohammed Abu Khadr, il giovane palestinese arso vivo da un gruppo di coloni, ma scrivono anche al mondo intero. Sono parole che sfidano il pensiero dominante di una società che hanno visto diventare povera e perdersi nella cultura della violenza. Quelle parole coraggiose tengono aperta, anche quando tutto sembra perduto, la sola speranza di un cambiamento in profondità che potrebbe aver ragione dell’orrore
di 142 cittadini israeliani
Le nostre mani grondano sangue. Le nostre mani hanno dato fuoco a Mohammed. Le nostre mani hanno soffiato sulle fiamme. Viviamo qui da troppo tempo perché si possa dire “non lo sapevamo, non lo abbiamo capito prima, non eravamo in grado di prevederlo”. Siamo stati testimoni dell’enorme macchina di incitamento al razzismo e alla vendetta messa in moto dal governo, dai politici, dal sistema educativo e dai mezzi di informazione.
Abbiamo visto la società israeliana diventare povera e in stato di abbandono, fino a quando la chiamata alla violenza è diventata uno sfogo per molti, adulti e giovani senza distinzioni, in tutte le sue forme.
Abbiamo visto come l’essere “ebreo” sia stato totalmente svuotato di significato, e radicalmente ridotto a nazionalismo, militarismo, una lotta per la terra, odio per i non-ebrei, vergognoso sfruttamento dell’Olocausto e dell’“Insegnamento del Re (Davide, ndt)”.
Più di ogni altra cosa, siamo stati testimoni di come lo Stato di Israele, attraverso i suoi vari governi, ha approvato leggi razziste, messo in atto politiche discriminatorie, si è adoperato per custodire con forza il regime di occupazione, preferendo la violenza e le vittime da ambo le parti ad un accordo di pace.
 Le nostre mani sono impregnate di questo sangue, e vogliamo esprimere le nostre condoglianze e il nostro dolore alla famiglia Abu Khadr, che sta vivendo una perdita inimmaginabile, e a tutta la popolazione palestinese.
Ci opponiamo alle politiche di occupazione del nostro governo, e siamo contro la violenza, il razzismo e l’istigazione che esiste nella società israeliana.
Rifiutiamo di lasciare che il nostro ebraismo venga identificato con questo odio, un ebraismo che include le parole del rabbino di Tripoli e di Aleppo, il saggio Hezekiah Shabtai che ha detto: “Ama il tuo prossimo come te stesso” (Levitico, XVIII).
Questo amore reciproco non si riferisce soltanto a quello di un ebreo verso un altro, ma anche verso i nostri vicini che non sono ebrei. E’ un amore che ci insegna a vivere con loro e insieme a loro perseguire il benessere e la sicurezza. Non è soltanto il buonsenso che ce lo richiede, ma è la Torah stessa, che ci ha ordina di condurre la vita in modo armonioso, nonostante e contro le azioni dello Stato e le parole dei nostri rappresentanti di governo.
Le nostre mani grondano di sangue.
Per questo ci impegniamo a continuare la nostra battaglia all’interno della società israeliana – ebrei e palestinesi – per cambiare la società dal suo interno, per lottare contro la sua militarizzazione e per diffondere una consapevolezza che oggi risiede soltanto in una esigua minoranza.
Lotteremo contro la scelta di muovere ancora guerre, contro l’indifferenza nei confronti dei diritti e delle vite dei palestinesi, e il continuo favorire gli ebrei in tutto questo ciclo di violenza.
Dobbiamo combattere per offrire un legame umano – un legame che sia anche politico, culturale, storico, israelo-palestinese ed arabo- ebraico; un legame che può essere raggiunto attraverso la storia di molti di noi che hanno origini ebraiche ed arabe, e per questo, fanno parte del mondo arabo.
La nostra scelta è quella della lotta per l’uguaglianza civile e il cambiamento economico, in nome dei gruppi emarginati e oppressi nella nostra società: arabi, etiopi, mizrahim (di discendenza araba), donne, religiosi, lavoratori migranti, rifugiati, richiedenti asilo e molti altri.
Di fronte a questa situazione il lato più forte è quello che ha la capacità di usare la nonviolenza per abbattere il regime razzista e il vortice di violenza. Di fronte alla compiacenza di molti israeliani, cerchiamo e scegliamo la nonviolenza, mentre gli altri preferiscono permettere al regime di ingiustizia di rimanere saldo al proprio posto, e aspettano soluzioni che in qualche modo fermino la spirale infinita di violenza – che mostra la sua faccia ora in questa nuova guerra contro Gaza – soltanto per avere nuove morti e appelli alla vendetta da ambo le parti e allontanando un possibile accordo sempre più lontano.
Le nostre mani grondano di sangue, e il nostro desiderio è quello di creare una lotta congiunta con qualsiasi palestinese che voglia unirsi a noi contro l’Occupazione, contro la violenza del nostro regime, contro il disprezzo dei diritti umani.
Questa sarà una lotta per mettere fine all’Occupazione, o con l’istituzione di uno Stato palestinese indipendente o attraverso la creazione di uno Stato unico in cui tutti saremo cittadini di pari diritti e dignità.
Le nostre mani sono piene di questo sangue. Affermandolo così forte nella nostra società saremo sempre accusati dalla propaganda nazionalista di essere unilaterali, e di condannare soltanto i crimini israeliani e non quelli commessi dai palestinesi.
A queste persone noi rispondiamo così: colui che sostiene o giustifica l’uccisione dei palestinesi, supporta e incoraggia di conseguenza anche l’uccisione degli israeliani ebrei. E viceversa. La giostra della violenza è grande e si muove velocemente, ma noi ci opponiamo ad essa, e crediamo che l’unica soluzione sia la nonviolenza.
Andare contro i metodi di Netanyahu non significa necessariamente sostenere Hamas: la realtà non è dicotomica. Altre opzioni esistono nell’asso tra questi due. Allora sottolineiamo ancora di più che siamo cittadini israeliani e il centro della nostra vita è Israele. Per questo la nostra più grande critica è rivolta alla società israeliana, che cerchiamo di cambiare.
Questi assassini si nascondono tra di noi, fanno parte di noi. Ci sono, ovviamente, spazi in cui si possono criticare anche le altre società. Ma crediamo, ciononostante, che il dovere di ogni persona sia di esaminare prima da vicino e in modo critico la propria società, e solo dopo si possa permettere di approcciarsi alle altre (…).
Le nostre mani grondano di questo sangue, e sappiamo che la maggior parte dei palestinesi innocenti uccisi negli ultimi 66 anni da noi israeliani ebrei non hanno mai ricevuto giustizia.
I loro assassini non sono stati arrestati, neanche processati, a differenza dei ragazzi sospettati per l’omicidio di Mohammed. La maggior parte di questi innocenti è morta per mano di uomini in uniforme mandati dal governo, dai militari, dalla polizia o dallo Shin Bet.
Questi omicidi, avvenuti per mezzo di aerei, artiglieria o di persona vengono definiti come “errori umani” o “problemi tecnici”. E quando ci si riferisce ad essi a volte si include soltanto una fiacca scusa. La maggior parte dei casi viene raramente posta sotto inchiesta e quasi tutti finiscono senza rinvii a giudizio, dissolvendosi nell’aria. Tanti, troppi sono ignorati dai media, dalle agenzie giudiziarie, dall’esercito.
La ragione per cui i sospettati della morte di Mohammed sono stati arrestati è semplice: non portavano un’uniforme.
Ad eccezione dei soldati condannati per il massacro di Kafr Qasam nel 1956 e rimasti in prigione per non più di un anno, raramente ci sono stati altri processi nelle Corti israeliane contro uomini dello Stato, anche per la maggior parte degli odiosi massacri a cui questa terra ha assistito.
Le nostre mani sono impregnate di quel sangue. Quando Benjamin Netanyahu esprime le sue condoglianze e condanna l’omicidio di Mohammed, lo fa con lo stesso respiro di sempre, comunicando una rivendicazione pericolosa e razzista sulla superiorità morale di Israele nei confronti dei suoi vicini.
“Non c’è posto per simili assassini nella nostra società. In questo noi ci distinguiamo dai nostri vicini. Nelle loro società questi assassini sono visti come eroi e hanno delle piazze dedicate ai loro nomi. Ma questa non è l’unica differenza. Noi perseguiamo coloro che incitano all’odio, mentre l’Autorità Palestinese, i loro media ufficiali e sistema educativo fanno appello alla distruzione di Israele”.
Netanyahu ha dimenticato che diverse persone sospettate di essere criminali di guerra hanno servito in vari governi israeliani, alcuni sotto la sua stessa leadership, e che il numero di persone innocenti assassinate negli ultimi 66 anni di conflitto dipinge un quadro molto diverso.
Quando guardiamo il numero di ebrei israeliani e di palestinesi uccisi, vediamo che il numero dei palestinesi è molto più elevato.
Netanyahu dimentica anche, o cerca di farci dimenticare, l’incitamento diffuso propagato dal suo governo nelle ultime settimane, e le sue parole di vendetta dopo la scoperta dei corpi dei tre ragazzi ebrei rapiti – Gilad Shaar, Naftali Fraenkel ed Eyal Yifrah – quando tutti noi eravamo in stato di profondo shock: “Satana non ha ancora inventato una vendetta per il sangue di un bambino, né per il sangue di questi ragazzi giovani e puri” (…).
Le nostre mani hanno sparso questo sangue, e invece di dichiarare giorni di digiuno, lutto e pentimento, il governo ha ora deciso di lanciare un’operazione militare a Gaza, che ha chiamato “Operazione Bordo Protettivo”.
Chiediamo al governo di fermare questa operazione subito e di lottare per una tregua e per un accordo di pace, a cui il governo israeliano si è sempre opposto negli ultimi anni.
Gaza è la storia di tutti noi; è anche l’oblio della nostra storia. E’ il posto più segnato dal dolore in Palestina e in Israele (…). Gaza è la nostra disperazione.
Le nostre origini comuni sembrano essere state spazzate via sempre più lontano: dopo 40 anni di possibilità di un compromesso storico doloroso tra i due movimenti nazionali, quello palestinese e quello sionista, questa opzione è gradualmente evaporata. Il conflitto viene reinterpretato in termini mitologici e teologici, in termini di vendetta, e tutto ciò che ora possiamo promettere ai nostri figli sono molte altre guerre per le generazioni a venire, nuove uccisioni tra entrambi i popoli, e la costruzione di un regime di apartheid che richiederà ancora più decenni per essere smantellato.
Le nostre mani hanno sparso questo sangue (…), cerchiamo di lavorare contro questa tendenza. Lo facciamo attraverso le varie comunità della nostra società: ebrei e palestinesi, arabi e israeliani, Mizrahi e Ashkenazi, tradizionalisti, religiosi, laici e ortodossi.
Abbiamo scelto di opporci ai muri, alle separazioni, alle espropriazioni e deportazioni, al razzismo e alla colonizzazione, per offrire un futuro comune come alternativa all’attuale stato depressivo, oppressivo e violento della nostra società.
Vogliamo costruire un avvenire che non si arrenda al ciclo di violenza e di vendetta, ma che al suo posto offra la giustizia, la riparazione, la pace e l’uguaglianza; un futuro che attinge agli elementi comuni della nostra cultura, umanità e tradizioni religiose in modo che le nostre mani non serviranno più a spargere sangue, ma a ricongiungerci l’uno con l’altro in pace, con l’aiuto di dio, Insha’Allah.
Orly Noy, Yossi Dahan, Inbal Jamshed, Yossi Granovsky, Eliana Almog, Eyal Sagi Bizawi, Varda Horesh, Herzl Cohen, Sivan Shtang, Yossi Vazana, Dori Manor, Yardena Hamo, Itay Kander, Avri Herling, Michal Chacham, Mirit Arbel, Yoav Moshe, Avi – Ram Zoref, Sa’ar Gershon, Yotam Kadosh, Tziki Eisenberg, Noam Gal, Amit Lavi, Sarit Ofek, Mati Shmuelof, Andre Levy, Chico Bahar, Naama Kti’i, Ronnie Karni, Tal Gilboa, Rebecca Mondlak, Arnon Levy, Noam Ben-Horin, Avtasham Barakat, Udi Aloni, Diana Danielle – Schramm, Yoram Meltzer, Rami Adot, Chamutal Guri, David China Woolf, Izzy Wolf, Yael Aharonov, Yonathan Mizrachi, Naama Sason, Idan Cohen, Zvi Ben – Dor Banit, Inbal Eshel – Chahansky, Matan Kaminer, Yotam Schwimmer, Hagit Mermelstein, Asaf Philip, Aliza Weston, Eli Bar, Dafna Hirsch, Yael Ben Yefet, Shira Ohayon, Erez Yosef, Yael Golan, Noa Eshel, Efrat Shani – Shitrit, Sigal Primor, Aviad Markowitz, Ilona Pinto, Tamar Novick, Dganit ElKayam – Cassuto, Alimi Sarah, Itai Snir, Diana Achdut, Liron Mor, Yoni Silver, Or Shemesh, Gal Levy, Dana Kaplan, Daniel Shoshan, Ziv Yamin, Michal Nitzan Re’ut Bendriam, Yuval Ayalon, Yuli Cohen, Oren Agmon, collected Ja’akobowicz, Jonathan Vadai, Michal Goren, Eli Oshorov, Yuval Dreyer – Shilo, Tal Shefi, Yehuda Ben-el, Moran Tal, Nurit Ben-Zvi, Eli Shmueli, Dalit Metzger, Menashe Anzi, Meir Amor, Shoshi Shamir, Eran Kalimil Misheiker, Noa Heine, Sahar Shalev, Eli Edelman, Ran Segev, Albert Swissa, Sergio Yachni, Roy Hassan, Zilla Zalt, Mazal Moyal Cohen, Abigail Eren Hozen,, Efrat Issachar, Shlomit Carmeli, Uri Ben – Dov, Tamar Mokady, Yahav Zohar, Yif’al Bistri, Yair Meyuchas, Rony Mazal, Odelia Goldratt, Idit Arad, Eldad Zion, Yotam Cohen, Noa Mazur, MIchali Bror, Or Barkat, Oz Rothbart, Esther Attar, Ronit Bachar Shachar, Adi Keysar, Ela Gringoz, Noga Eitan, Tamar Saraf, Hila Chipman, Yegev Bochshatav, Tomer lavi, Roni Henig, Vered Kupiz, Shai Shabtai, Yael Gviraz, Tamar Achiron, Gai Ayal, Hagit Bachar Morris, Amira Hass, Avraham Oz, Yael Barda, Moti Fogel, Pnina Mozpi- Haaller, Yuval Ivri, Almog Behar.
Fonte italiana e nota di Osservatorio Iraq, Medioriente e Nordafricahttp://osservatorioiraq.it/
*Traduzione dall’ebraico all’inglese di Idit Arad e Matan Kaminer. La lettera, pubblicata originariamente sul sito Haokets, è stata pubblicata in inglese sul magazine israeliano +972mag , che ringraziamo per la gentile concessione. Al link originale la lista dei cittadini israeliani che hanno firmato la la lettera. La traduzione in italiano è a cura di Stefano Nanni e Anna Toro. La foto pubblicata è di Lia Tarachansky, e mostra una manifestazione anti-militarista a Tel Aviv nei giorni scorsi.
Osservatorio Iraq, Medio Oriente e Nordafrica è gratuito ma non a costo zero: dietro le analisi, le notizie che avete appena letto c’è il lavoro dei collaboratori e dei soci della cooperativa Memoriente. Osservatorio conta sul sostegno dei lettori e delle lettrici. Un contributo anche minimo ci consentirà di continuare a produrre un’informazione indipendente e libera.

venerdì 25 luglio 2014

...E QUESTA LA CHIAMANO "DEMOCRAZIA"?

Oltre 10.000 persone hanno aderito ad una campagna online contro il mostro "terrorista" palestinese  presumibilmente di Hamas, ritenuto responsabile del rapimento di tre ragazzi israeliani coloni rapiti in Cisgiordania il 12 giugno .... 
Ma che dire delle migliaia e migliaia i bambini palestinesi uccisi nel corso di brutali e disumani attacchi da parte dell'occupazione israeliana? che dire della colonizzazione, dell'apartheid e del genocidio in Palestina, illegalmente occupata?
Ancora una volta - possiamo vedere la manipolazione e la menzogna! Intanto questi tre non sono "innocenti ragazzi adolescenti" - sono soldati e coloni, il loro "lavoro" è quello di essere criminali di guerra e di uccidere! ( https://www.facebook.com/photo.php?v=739349056121769 )
Inoltre la loro sparizione è stata presa a pretesto, in quanto ancora non esiste alcuna prova contro Hamas, per chiudere Al Kalil (Hebron) in una morsa di violenza  e per mettere sotto attacco la Striscia di Gaza, ma di questo i giornali e le tv ne hanno parlato pochissimo. Sangue chiama sangue e la vendetta non tarda ad arrivare. 
Mohammad Abu Khdeir, un ragazzo palestinese di 16 anni  viene rapito il 2 luglio e ucciso a Gerusalemme est.  E' stato bruciato vivo. Lo ha detto  il procuratore generale palestinese Muhammad Abd al-Ghani Uweili. L’autopsia del ragazzo mostra  tracce di carburante nell'intestino e fuliggine nei polmoni  e nel tratto respiratorio, a dimostrazione che fosse ancora vivo mentre era stato arso. Il corpo del ragazzo rivela anche una ferita alla testa e segni di tortura nel corpo, ma la morte  è certamente da attribuire al rogo. L’autopsia finale - ha poi detto - che L’esame autoptico è stato condotto in Israele all’Istituto legale Abu Kabir in presenza del perito palestinese Sabir al-Aloul, direttore dell’Istituto di medicina legale all’Università Al Quds. 
Vengono arrestati sei israeliani , di cui tre minorenni, che dichiarano di avere agito per vendetta.
Pare che gli stessi, il giorno prima ,  avessero tentato di rapire un bambino di 9 anni, Musa Zalum, salvato dall'estremo intervento della madre.

Intanto cresce la polemica attorno alla diffusione di un video che riprenderebbe il pestaggio di un altro ragazzino palestinese. Tarek Abu Kheider, cugino di Abu Khdeir. Secondo l’agenzia palestinese Maan l’adolescente è stato picchiato, «malamente ferito» e «trattenuto senza accuse» da poliziotti israeliani . Il ragazzo - ha spiegato la Ong Addameer,  è stato picchiato nel cortile della casa dello zio e arrestato senza accuse a Shufat, il sobborgo arabo di Gerusalemme est, mentre erano in corso gravi incidenti con la polizia alla vigilia del funerale del cugino. Il video del ragazzino che frequenta una scuola a Tampa in Florida è stato messo in rete su Youtube da «Palestine Today TV»: immagini che mostrano quelli che sembrano «poliziotti israeliani in tenuta antisommossa e il volto coperto» che ripetutamente lo colpiscono, anche con calci.

Intanto continua il bombardamento da parte di Israele. Netanyahu dichiara di essere determinato a colpire Hamas bombardando le case e i siti ritenuti punti strategici . Hamas continua a lanciare razzi  Israele a bombardare . Hamas non fa vittime, Israele tante e per lo più fra i civili L'odio prende sempre più piede!
Gli episodi di efferato razzismo nei confronti dei palestinesi è molto evidente da sempre, Oggi emergono episodi che rasentano la ferocia. La cosiddetta "Democrazia" tanto declamata da Israele sfuma del tutto se si osserva più da vicino questo popolo che avanza diritti che non ha su un territorio che non gli appartiene:

Una giovane, carina, laureata in ingegneria informatica che è anche una parlamentare israeliana,  viene a ragione definita l’"Angelo della morte", inseguito a quanto da lei apertamente dichiarato.Ayelet Shaked, il suo nome, rappresenta l’estrema destra del partito Jewish Home nella Knesset (il Parlamento israeliano, ndt), ciò significa che si colloca a destra di Benyamin Netanyahu. 
Shaked ha scritto sulla sua pagina facebook: “Dietro ogni terrorista ci sono dozzine di uomini e donne senza i quali essere un terrorista non sarebbe possibile. Sono tutti nemici combattenti e il loro sangue cadrà sulle loro teste. Lo sono anche le madri dei martiri che li accompagnano all’inferno con fiori e baci, dovrebbero seguire i loro figli, niente sarebbe più giusto. Dovrebbero sparir, cosi come dovrebbero essere rase al suolo le case dove crescono i serpenti, altrimenti altri piccoli serpenti vi saranno allevati”.
Una settimana prima, giusto quando il 16enne Mohammed Abu Khudair veniva rapito e bruciato vivo, Shaked scriveva: “Questa non è una guerra contro il terrore, non è una guerra contro gli estremisti e non è neanche una guerra contro l’autorità palestinese, la realtà è che questa è una guerra tra due popoli. Chi è il nemico? I palestinesi. Perchè? Chiedeteglielo, sono stati loro a cominciare”.
Quindi anche prima che il ragazzo morisse in quel modo orribile, lei dichiarava che lui era il nemico e dopo, senza alcun apparente senso di colpa o rimorso,invocava la morte di donne innocenti e dei loro figli non ancora nati.
 Su internet nascono siti dove vengono pubblicizzati incitazioni alla violenza estrema: Una donna incinta? Un colpo, due morti!! Tsahal si fa le magliette nuove.

SAREBBE QUESTA LA DEMOCRAZIA ISRAELIANA?
Oltre alle tante dichiarazioni dei soldati, ai racconti di come venivano uccise intere famiglie, dell’incredibile permissività delle regole di ingaggio, la notizia che ha fatto più scalpore, rimbalzando sulle testate e sui blog del mondo intero, è quella di un’enorme fornitura di magliette arrivata a diversi battaglioni e brigate dell’esercito per celebrare la conclusione di alcuni corsi d’addestramento. Magliette che hanno fatto la fortuna, in poche settimana, dell’azienda tessile Adiv, di Tel-Aviv, specializzata nel rifornire i vari corpi dell’esercito di berretti, t-shirt e pantaloni.
Un’ordinazione “non ufficiale”, a quel che scriveva Uri Blau pochi giorni fa sulle pagine del suo quotidiano, effettuata attraverso un processo collettivo interno ai reparti, con la supervisione di alcuni sotto-ufficiali; tanto che, appena le immagini delle t-shirts hanno iniziato ad apparire in rete, l’esercito è accorso a fare dichiarazioni ufficiali di condanna che potessero placare un’eventuale bufera. “Non sono conformi ai valori delle forze di difesa israeliane e sono semplicemente prive di qualunque gust. Questo genere di umorismo è disdicevole e dovrebbe essere condannato”, si legge in un comunicato  dell’esercito di ieri. Aggiunge anche che i soldati che verranno trovati ad indossarle, saranno immediatamente puniti con un provvedimento disciplinare.
Una breve descrizione di quello che indossano orgogliosi questi soldati è sufficiente per capire la gravità dell’accaduto.
“Un colpo, due morti”: il disegno è un mirino di un cecchino, che punta su una donna completamente velata, sul suo pancione.
“Usa il preservativo”: questa volta l’immagine è diversa ma l’obiettivo è sempre lo stesso: una mamma ed il suo bambino, che questa volta tiene in braccio, morto.
Un’altra maglietta, richiesta dal battaglione Lavi, ha un fumetto con un bambino palestinese, che nel crescere diventa prima un giovane lanciatore di pietre, poi un miliziano armato; la didascalia dice “Non importa come inizia, siamo noi a decidere quando finisce la partita”.
“Ogni madre araba deve sapere che il destino del proprio figlio è nelle mie mani”: questa, su richiesta della Brigata d’elite Givati.
E purtroppo la lista potrebbe continuare. Già due anni fa era scoppiata una polemica perchè, tra i soldati di uno dei reparti d’elite dell’Israel Defence Force, circolava una t-shirt con disegnato un mirino che puntava un bimbo arabo e la scritta che recitava “Più è piccolo, più è difficile”, e nessuno era stato punito per questo.
Oltre all’uso spietato di fosforo bianco, a quello massiccio dei nuovi armamenti composti dalle micidiali bombe DIME, all’aver colpito rifugi per profughi segnalati dalle Nazione Unite, all’aver impedito che stampa e soccorsi entrassero nell’intera Striscia di Gaza per settimane, oltre ad aver ucciso più di 1300 persone in una Guerra che non ha portato alcun risultato , il popolo palestinese deve subire anche lo scempio di queste magliette e il sorriso di chi le indossa.
Niente poi fa ben sperare dopo le elezioni di febbraio che hanno visto l’asse della politica israeliana spostarsi radicalmente a destra: la coalizione con a capo il leader del Likud, Benyamin Netanyahu appoggiato dai partiti confessionali e da quelli dell’estrema destra radicale, si prepara alla gestione del nuovo governo israeliano.   
Tutto ciò è ripugnante.
Non possiamo dire che l’esercito di Israele è peggio dei nazisti? Nessun problema.
Diremo solo che siete spietati assassini, che mirate ai bambini, che spesso i vostri cecchini si divertono solo a mutilarli colpendoli alle ginocchia, che se siete costretti ad usare le pallottole di gomma in situazioni particolari le puntate agli occhi in modo da causare lo stesso effetto. Che demolite casa, che sterminate intere famiglie, che colpite ospedali e scuole, che rubate acqua, terra, risorse e vita ad un intero popolo. E che per di più ne andate fieri. Vi stampate un genocidio sulle magliette e lo indossate con la vostra arroganza da occupanti.
Calpestando una terra rubata e stuprata con i vostri anfibi.   (baruda)

In questa foto bambini israeliani cge scrivono messaggi di beffa a bambini palestinesi.








In questa foto  un pubblico israeliano è raccolto su una collinetta per assistere al bombardamento su Gaza, applaudendo ad ogni deflagrazione come al cinema...portandosi da casa persino comodi divani sgranocchiando popcorn e bevendo.


E poi c'è questa immagine: cani addestrati che vengono utilizzati come vere armi contro i palestinesi
E questa dolorosissima immagine, di bambini arrestati e imprigionati . Sono più di 250, tutti in detenzione preventiva, cioè senza accusa e senza processo..





E ...anche questa... bambini usati come scudi umani. 



E poi c'è questa...il popolo palestinese nella West Bank giorno per giorno subisce angherie, beffe, soprusi sotto gli occhi di poliziotti e militari israeliani che non muovono un dito in loro favore.





Per i  bambini palestinesi non è semplice neanche recarsi a scuola. Frequentemente vengono perquisiti e spesso anche fatti spogliare  per strada e vi assicuro, non per timore , ma per umiliarli.

Questa è l'ultima notizia : Ebrei arrestati a New York perché leggevano i nomi dei palestinesi uccisi
Voce ebraica per la pace direttore esecutivo Rebecca Vilkomerson arrestato con altri 8 attivisti ebrei mentre leggevano i nomi dei civili palestinesi uccisi a Gaza 


E POI C'E' LA STRISCIA DI GAZA 
che supera qualsiasi immaginazione per quanto riguarda la violenza e il sopruso giornaliero che i suoi abitanti subiscono. Un territorio di circa 360 km² recintato da muri alti 8 metri  dove vivono 1.700.000 abitanti come in un carcere a cielo aperto. 
Ma della mia amata Gaza parlerò in un capitolo a parte! 

ALLORA...  CHI SONO I TERRORISTI?
E PER CHI AVESSE ANCORA DEI DUBBI, VI SFIDO A POTERE TROVARE DELLE FOTO O DEI VIDEO CHE POSSANO TESTIMONIARE IL CONTRARIO DI QUANTO HO FATTO IO IN QUESTA MODESTA PAGINA DI QUESTO  MIO MODESTO BLOG.
(silvana parlagreco)
P.S.
Tre adolescenti israeliani sono stati uccisi da un altro israeliano!

Il giornalista tedesco Christian Sievers, dopo un'attenta indagine, ha presentato al Salone Auslands Gazzetta del canale tedesco ZDF la sua dichiarazione che l'uccisione di tre giovani israeliani il 12 giugno non è stato commessa dai palestinesi.

Secondo questo giornalista tedesco, è un reato civile commesso da un cittadino della fede ebraica per motivi economici. I giovani vengono assassinate un giorno dopo la loro rimozione, e dopo aver bruciato le loro auto, i loro corpi furono abbandonati vicino la città di Hebron.

Secondo la relazione presentata dalla Sievers, il servizio di sicurezza interno israeliano, Shin Bet, era a conoscenza di tutti i dettagli della chiamata fatta da uno dei ragazzi durante il loro rapimento, ma Netanyahu volle nascondere queste informazioni in modo da potere utilizzare l'assassinio come pretesto per iniziare una nuova offensiva contro Gaza.

Il giornalista ha accusato il governo israeliano di cospirazione e manipolazione della popolazione civile allo scopo di commettere crimini di guerra contro il popolo palestinese.

IL FALLIMENTO DI NETANYAHU

Il primo ministro Benjamin Netanyahu non aveva intenzione di lanciare una guerra quando gli aerei militari israeliani hanno iniziato a martellare su Gaza all'inizio di questo mese. Il leader straordinariamente prudente israeliano ha a lungo evitato importanti coinvolgimenti militari, e le sue mosse iniziali sembravano qualcosa di più vicino ad una ripetizione dei suoi bombardamenti di otto giorni a Gaza nel 2012. Eppure, con 14 giorni di lotta sempre più cruenta e con poca pressione internazionale come abbiamo tutti notato , Netanyahu ora si ritrova a trascinare una dinamica crescente di una guerra non voluta , che ha evitato negli ultimi cinque anni.

E 'stato proprio Netanyahu. per vendetta contro Hamas dopo l'uccisione di tre ragazzi israeliani in Cisgiordania il mese scorso, che pose le basi per una operazione a Gaza senza obiettivi strategici chiaramente definiti e raggiungibili. Pubblicamente ha spiegato la sua decisione come un'operazione necessaria per "riportare la calma", con l'obiettivo di annientare la capacità di Hamas di sparare razzi contro le città israeliane. L'"Operazione di protezione Riva" in effetti non  ha offerto nulla di qualitativamente diverso dalle offensive precedenti che avevano semplicemente restaurato la tregua tra Israele e Hamas.

Ma finché il lancio di razzi da Gaza continua, Hamas sta dicendo agli  israeliani  e ai  palestinesi che Netanyahu non è riuscito a raggiungere l'obiettivo di limitare o di fermare la capacità del movimento di Hamas di sparare sulle città israeliane.

L'intensità della resistenza di Hamas inseguito all' invasione di terra israeliana ha sorpreso gli israeliani, secondo gli analisti militari di quel paese.Netanyahu ne esce politicamente indebolito a casa sua, mentre Hamas ha dimostrato di avere rafforzato le sue credenziali per la Resistenza.

Non vi è alcun modo semplice per smantellare la capacità di lanciare razzi nascosti in una delle zone urbane più densamente popolate del mondo, senza infliggere enormi vittime ai civili senza l'uso dell'esercito sul terreno. Ma anche l'invasione di terra finora ha causato la morte di 13 israeliani e la paura accresciuta verso Hamas, che. ancora una volta, ha catturato un soldato  ripetendo la prova Gilad Shalit.
Come risultato, la leadership israeliana si ritrova improvvisamente a dovere contemplare una guerra di lunga durata.

Nonostante la protezione offerta dal sistema di difesa antimissile Iron Dome, gli israeliani, come i cittadini di qualsiasi altro paese, rifiutano di dover vivere sotto la costante minaccia dei razzi - e stanno premendo i politici per eliminare tale minaccia. Alcuni di questi politici, tra cui il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman, chiedono una vera e propria invasione per prendere il controllo di tutta Gaza sul terreno al fine di fermare il lancio di razzi.

Netanyahu è stato braccato al fianco destro della propria coalizione per  intensificare l'offensiva sul terreno, ma ciò rischia la vita di molti più soldati israeliani e un numero imprecisato di civili palestinesi, che aumenterà il disaccordo internazionale. (L'ONU stima che verso l'alto del 70 per cento degli oltre 500 palestinesi uccisi finora sono stati i civili, e il segretario generale Ban Ki-moon ha descritto il bombardamento israeliano del quartiere Shejaiya di Domenica "un'azione atroce.")

Hamas, dopo questa  invasione di terra da parte israeliana a Gaza ha, come dicono gli analisti israeliani, aumentato i suoi consensi
In questo momento, non c'è alcun segno delle due parti di un cessate il fuoco. il  combattimento è a un punto morto, né esistono mediatori disposti o in grado di ordinare una battuta d'arresto. Prendendo il controllo di Gaza. Hamas solleva lo spettro di una occupazione a lungo termine in cui le truppe israeliane risulterebbero costantemente vulnerabili agli attacchi di combattenti di Hamas e di altre fazioni.

Per Netanyahu, questo attacco a Gaza è stata una scelta. Netanyahu ha incolpato Hamas per gli omicidi dei tre adolescenti israeliani senza dimostrare ciò con prove concrete e ha promesso di vendicarsi sul movimento a Gaza. Pianificatori militari israeliane stanno ora mettendo in discussione la capacità di raggiungere gli obiettivi prefissati da Netanyahu senza significativa escalation. Israele, secondo il commentatore israeliano Nahum Barnea anziano, attualmente non ha alcuna strategia di riuscita a Gaza.

Hamas, invece, è disposto a combattere questa guerra sul terreno, ben consapevole che il crescente disagio del suo avversario amplia la possibilità di Hamas raggiungere il suo obiettivo fondamentale, che è un cessate il fuoco che facilita l'assedio economico israelo-egiziano a  Gaza.

Questa è la ragione per cui Hamas ha respinto un tentativo di cessate il fuoco egiziano della scorsa settimana: Il movimento sa che l'estensione del conflitto, con tutti i rischi che ne conseguono la possibilità di nuove vittime israeliane e l'isolamento internazionale a causa delle innocenti vittime palestinesi, migliora le sue prospettive di vedere accettare le sue richieste  per accettare la tregua .

Quando le forze israeliane sono entrate Shejaiya, a soli due chilometri dalla linea di armistizio che divide Israele da Gaza, hanno affrontato uno dei battaglioni più forti di Hamas imperterrita difronte alla superiorità militare israeliana.

Israele , vedendo questo, ha rincarato la dose distruggendo le infrastrutture e i tunnel sotto Shejaiya, dove però i combattenti di Hamas hanno intrappolato bloccando le strade di accesso e prendendo di mira i corazzati per il  trasporto della  truppa nemica, uccidendo 13 soldati israeliani. Nella stessa operazione, ha ucciso più di 70 palestinesi, dimostrando che la capacità di Israele di eliminare Hamas attraverso un  limitato impegno militare non è realistico. Se le vittime e i rischi militari di Israele continuano a crescere a Gaza senza alcuna prospettiva immediata di una vittoria decisiva, la fiducia del pubblico israeliano nel modo operativo protetto Edge crollerà. Il dilemma di fronte a Netanyahu e il suo gabinetto, quindi, diventa sempre più acuto. "Se le forze andranno avanti, in profondità a Gaza, rischiano di perdere molti soldati e una strage di massa di civili palestinesi", scrive Barnea, "e questo gesto contro Hamas sarebbe una vittoria?"

Netanyahu ha costruito la sua posizione politica dominante in Israele e un impegno militare aperto e costoso lo lascia vulnerabile alle sfide sia da destra che dal centro.

Sul fronte diplomatico, Israele sta perdendo la guerra. Pur approvando pubblicamente diritto di difendersi di Israele, anche i sostenitori più vicini di Israele stanno cominciando a mettere in discussione l'operazione IDF pesante a Gaza. Il segretario di Stato John Kerry,  durante un'apparizione su Fox News, ha espresso il sarcastico dubbio sulla capacità di Israele nella sua campagna a Gaza come una "operazione millimetrica", aggiungendo che "Netanyahu è pazzo se crede di essere vicino ad un cessate il fuoco.

Con il bilancio delle vittime a Gaza superiore a 500 e le presenze di centinaia di giornalisti stranieri, l'opinione pubblica internazionale è in gran parte contraria alle azioni di Israele a Gaza, a prescindere delle dichiarazioni da parte dei governi occidentali su Israele che si difende.

Prima dello scontro corrente con Gaza, il conflitto israelo-palestinese era stato relegato nel dimenticatoio degli affari del mondo. L'amministrazione Obama aveva essenzialmente dato il  via dopo il fallimento del tentativo di Kerry a riprendere i negoziati moribondi, mentre i conflitti in altre parti della regione e al di là richiedevano un'attenzione più immediata. L'Operazione di protezione Edge ha cambiato tutto, costringendo Washington a concentrare il suo impegno sul raggiungimento di un cessate il fuoco sostenibile. E sarà Hamas che beneficerà maggiormente di questo cambiamento, dal momento che sarà Hamas a dettare le sue condizioni e le sue richieste nell'agenda internazionale - mentre Mahmoud Abbas è ulteriormente marginalizzata.

La longevità politica di Netanyahu, in un paese rinomato per lasciare raramente un governo completare il suo mandato , è messa in serio dubbio a questo punto Se il funzionamento della strategia di Netanyahu  è visto dagli israeliani come una guerra pasticciata, la presa di Netanyahu al potere sarà indebolita. Quando la polvere si deposita, il più grande perdente politico all'operazione di protezione Riva potrebbe essere il suo autore.
(Josef Dana)
Tradotto da Silvana Parlagreco

mercoledì 23 luglio 2014

QUESTI SONO I TERRORISTI?

ISRAELE SPARA CONTRO I BAMBINI, CONTRO LE DONNE INCINTA, SPARA CONTRO I CIVILI IN AUTO O IN MOTO PER LE STRADE. SPARA CONTRO LE CHIESE, LE MOSCHEE, MA ANCHE CONTRO GLI OSPEDALI. SPARA CONTRO LE SCUOLE E CONTRO LE AMBULANZE. 
ISRAELE NON PERMETTE AGLI AIUTI UMANITARI DI SOCCORRERE IL POPOLO E ALLE AMBULANZE DI SOCCORRERE I FERITI. APPLAUDE DA UN COLLE LO SVOLGERSI DI UN GENOCIDIO
USA ARMI CHIMICHE NON CONVENZIONALI,
RUBA LA TERRA BAGNATA DI SANGUE INNOCENTE.
...E' QUESTA LA DEMOCRAZIA?
...E' QUESTA LA CIVILTA' ?
...E' QUESTA L'UMANITA'?





















































































































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